Un delitto “quasi perfetto”
20 gennaio 2020 - Tempo di lettura: 5 minuti
Categoria: Parole per...di Stefano Sterli
C’è fermento nella grande villa degli Smith questa mattina: Hilton, il vecchio capostipite, non è sceso per la colazione e, dopo una lunga attesa, Elsie, la bella moglie, è andata in camera sua.
Aveva ripetutamente bussato senza aver ricevuto nessuna risposta. Non poteva entrare, la stanza era chiusa dall’interno. Allora, presa dal panico, Elsie gridò: “Qualcuno mi aiuti!”. Tutti, di lì a poco, si precipitarono al secondo piano davanti alla porta chiusa del conte Hilton. Il primo ad arrivare fu John Harker, il cugino povero di Elsie, e poi, subito dopo, Ilary, la giovane nipote di Hilton che lui trattava come una figlia, essendo orfana di entrambi i genitori, morti accidentalmente in un tragico incidente.
L’unico che poteva abbattere la porta chiusa era John, che era alto, agile e muscoloso. Infatti gridò alla sorella ed a Ilary: “Spostatevi, sfonderò la porta!”. Prese una lunga rincorsa e diede un’energica spallata alla porta che si ruppe, i cardini si piegarono. Un’altra spallata e l’uscio si aprì violentemente. Tutti e tre si guardarono negli occhi come a chiedersi: “Ora cosa dobbiamo fare?”. Fu Elsie a prendere l’iniziativa: fece due tremanti passi e dal pianerottolo si trovò all’interno della stanza; emise un urlo raccapricciante quando vide il suo anziano marito a terra, sul pavimento ai piedi della grande poltrona, vicino al letto.
“Non toccate nulla” disse Ilary, “chiamiamo subito la polizia”. Di lì a poco sopraggiunsero alla villa l’investigatore George Oliver ed il suo assistente Thomas Baker. Oliver era un uomo sulla cinquantina, che viveva solo ed aveva dedicato tutta la sua vita a risolvere casi di quella Londra di fine Ottocento che sembrava fornire molte circostanze torbide e cruente; il suo giovane assistente si era da poco laureato ad Oxford ed accompagnava l’ispettore da soli tre mesi.
I due andarono subito nella stanza dove la vittima era stata trovata poche ore prima. Entrando, l’ispettore Oliver notò subito vicino al corpo del conte un bicchiere di vetro rotto e poche gocce del suo contenuto scivolato sul pavimento poco più in là. Il resto della stanza sembrava in ordine, il letto, pronto per ospitare il conte per la notte, i vestiti riposti sulla sedia vicino al letto e sullo scrittoio il libro che stava leggendo. La grande esperienza di Oliver ed il suo intuito lo portavano a cercare di immaginare cosa realmente fosse successo la notte precedente. La porta chiusa dall’interno, la posizione del corpo, la camera da letto senza apparente disordine e con nessun oggetto fuori posto; tutto faceva sembrare la morte del conte Smith un evento fatale, letale, ma naturale.
Forse un infarto, visto anche l’avanzata età, ma una voce interna diceva all’ispettore che quella erano solo apparenze ingannevoli, era convinto che fosse successo qualcosa di più di una semplice morte naturale. Con in testa questa incessante sensazione, convocò nel salone i tre indiziati: la moglie, la nipote ed il cugino per porre loro una serie di domande a fine di scoprire la verità.
“Chi fu l’ultimo a vedere il conte vivo?” chiese l’ispettore Oliver.
“Io” disse la moglie. “Siamo stati qui vicino al camino fino alle 11:30 ed un’ora prima c’era John, mentre Ilary era già andata a dormire, perché l’indomani avrebbe avuto una giornata impegnativa a scuola”.
“E di cosa avete parlato?” tuonò l’ispettore. Fu allora che Elsie e John ebbero una strana reazione: si guardarono negli occhi cercando complicità su cosa sarebbe stato opportuno dire. O meglio: non dire.
L’ispettore, grazie alla sua grande esperienza, si accorse subito di questa circostanza e disse: “Vi conviene dire la verità, altrimenti vi indagherò tutti per omicidio e sapete bene che per questo crimine vi è l’impiccagione”.
I due, spaventati, si convinsero che fosse meglio raccontare le circostanze come erano realmente avvenute.
“Sì, è vero” disse John “ci fu un litigio abbastanza violento tra me e il conte e la causa era sempre la stessa, quel vecchio taccagno non voleva finanziare i miei esperimenti scientifici, diceva che erano solo follie di una mente mediocre e che avrebbe buttato i suoi soldi prestandoli a me. Fu così che io me ne andai a letto nervoso e alterato verso le 10:30, subito dopo aver preparato tre bicchieri di Porto e bevendo subito il mio”.
“È vero” aggiunge Elsie, “io e il conte rimanemmo lì ancora un’ora. Io bevvi il mio Porto. Hilton se lo portò in camera e si ritirò chiudendosi dentro. Poi la mattina dopo lo trovammo morto disteso a terra.”
“Lei è uno scienziato, vero signor Harker?” chiese l’ispettore Oliver.
“Sì, certo” rispose lui.
“Quindi conosce molto bene tutte quelle formule chimiche, anche quelle particolari, non è vero?”.
“Cosa intende insinuare ispettore?”.
“Niente, semplicemente che ora tutto mi è chiaro! Fu lei signor Harker a preparare i bicchieri di Porto e fu lei a versare nel bicchiere del povero conte Smith il veleno fatale per ucciderlo e per l’eredità. È stato molto bravo! Sapeva molto bene che il conte dopo la discussione con lei avrebbe bevuto il Porto nella sua stanza chiusa a chiave dall’interno, come aveva già fatto molte altre volte, come da sua precisa abitudine e così pensava di farla franca facendola pensare come una morte naturale. Le gocce sul pavimento invece l’hanno tradita: il veleno le ha rese più dense e di colore più intenso e, purtroppo per lei, qualche goccia è finita sul pavimento vicino alla vittima. Domani le farò analizzare e sicuramente il risultato mi darà ragione. Lo arresti Baker!!!”.
Anche stavolta l’ispettore Oliver aveva fatto centro. Con il suo brillante intuito, aveva risolto un complicato caso di omicidio.
