“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. E ricordare.
18 marzo 2020 - Tempo di lettura: 6 minuti
Categoria: Attualità e CulturaMolto toccante. Non me lo immaginavo così crudo.
Mi trovo in un campo di concentramento molto più piccolo di Auschwitz …Sono a Dachau.
Ci tornerei, tra qualche anno, soltanto per pregare per quella povera gente…


Pensare che ho camminato dove hanno sofferto e dove sono morte tante persone. Inquietante. Il rumore dei sassi sotto le scarpe, il cielo nuvoloso e cupo, le baracche distrutte dai nazisti per cancellare le tracce, mi riportano a quegli anni; a quelle persone che hanno perso la vita in modo ingiusto e crudele. In fondo al viale del campo, le tre chiese erette negli anni successivi, fanno nascere una forte malinconia.
Giunta alle camere a gas, rabbrividisco. Sto sudando freddo, ho paura di respirare, pensando alle famiglie morte, soprattutto a donne e bambini…

Testo e foto di Lara Filippi
Una storia, tante storie in una sola parola
Un bambino, come Roberto, di 9 anni, protagonista del bel romanzo di Matteo Corradini “Solo una parola”.
Roberto vive a Venezia. Siamo nel 1938.
Gli piace sognare ed ama la sua città. Nella sua famiglia portano tutti gli occhiali, sua mamma è una casalinga, suo papà un soldato che ammira il governo italiano, sua sorella Adele è gentile e sempre felice, scrive continuamente lettere al suo lontano amato. A scuola Roberto è sereno, ha tanti amici tra cui Alvise un bambino anche lui occhialuto, con un papà che fa l’ottico, e Lucia, bambina orfana di padre. I tre compagni giocano sempre insieme. Nessuno aveva mai preso in giro Roberto per il suo difetto alla vista.
Ad un certo punto però le persone attorno a lui cominciano a fargli notare che lui non è come tutti gli altri, lui porta gli occhiali.
Piccoli insulti, fastidi… tutto comincia da questi innocui episodi che poi si trasformano in minacce e odio.
Nel 1938, infatti, entrano in vigore le leggi razziali, esse decretano l’esistenza di razze inferiori, come quella degli occhialuti e di razze superiori, come quella dei “puri”.
Accade una serie di eventi: la maestra e il babbo di Roberto vengono licenziati, il negozio del padre di Alvise viene distrutto, lo stesso povero Roberto è espulso dalla scuola.
Tutto ciò solo perché portano degli innocui e utilissimi occhiali.
I loro diritti crollano e sono costretti a fuggire.
Numerosi vengono imprigionati, Lucia, Alvise e le loro famiglie. Roberto decide di nascondersi in una soffitta polverosa. Egli ripensa agli amici perduti e disegna una stella nel buio della notte.
Quanta tensione e paura ho provato leggendo le pagine di questo bel romanzo: ad esempio quando Roberto e il padre vanno a casa di Lucia, nella notte, per non essere scoperti. Nella notte è tutto più scuro e buio. Le parole così lente in questi passaggi mi hanno proiettato lì, mi sono trovato pure io insieme a loro, stessa angoscia, il fiato sospeso.
Brancolare nel buio. È quello che fa Roberto, alla ricerca di una sicurezza. Ma il suo sogno, alla fine, è quello di tutti noi. È quello di un mondo diverso “dove le persone s’avvicinano tra di loro senza volersi male, dove chi ha gli occhiali viene trattato esattamente come chi non li porta. Dove la radio trasmette buone notizie. Dove le parole servono per incoraggiare, risolvere, sostenere e non per spezzare, dividere, impaurire”.
di Cesare Agostini
Un film per riflettere
Assieme ai nostri compagni di classe, abbiamo visto il film “La signora dello zoo di Varsavia” che ci ha colpiti molto.
Polonia 1939. In seguito all’invasione nazista, Antonina e Jan Żabiński, custodi dello zoo di Varsavia, rischiano la propria vita nascondendo il maggior numero di ebrei e salvandoli dalle persecuzioni.
“La signora dello zoo di Varsavia” è Antonina, la donna che, insieme a suo marito Jan, utilizzò la struttura dello zoo di loro proprietà per aiutare numerosi ebrei durante il terribile periodo della Seconda Guerra Mondiale.
Antonina è una donna incredibilmente empatica, soprattutto nei confronti degli animali, per cui nutre un amore fortissimo. Ma la vita dei due subisce un terribile colpo: le loro amate creature subiscono i primi effetti del conflitto durante i bombardamenti sulla Polonia. È proprio l’orrore della guerra che convince gli Żabiński a far parte della resistenza polacca, portando un po’ di speranza in quegli anni impossibili.
Tratto da una storia vera, il film ci è piaciuto molto anche perché a lieto fine. Delle trecento persone salvate dalla coppia, solamente due morirono, gli altri sopravvissero restando nascosti o trovando vie di fuga.
Nel 1968 lo stato di Israele annoverò gli Żabiński fra i Giusti tra le nazioni, riconoscimento dato a tutti coloro che, durante l’Olocausto, avevano lottato per salvare gli ebrei.
Perché si ricorda
Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno perché, in quel giorno del 1945, le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.
L’Italia ha formalmente istituito la giornata commemorativa nello stesso giorno: essa ricorda le vittime dell’Olocausto, delle leggi razziali e coloro che hanno messo a rischio la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei, nonché tutti i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista.
Prima di arrivare a definire il disegno di legge, si era a lungo discusso su quale dovesse essere considerata la data simbolica di riferimento che più di altre avrebbe rappresentato un momento di riflessione su quanto accaduto a tutti coloro che furono considerati “diversi” e sulla tragedia della Shoah.
di Emma Bellini
Nella casa di Anna Frank
Io e la mia famiglia, in occasione delle vacanze di carnevale, abbiamo deciso di fare un piccolo viaggio nei Paesi Bassi, in particolare ad Amsterdam; siamo rimasti là tre giorni e due notti e durante il primo giorno ci siamo recati alla bellissima casa di Anna Frank, situata a soli 10 minuti a piedi dal nostro hotel.
Appena entrati ci hanno dato delle audioguide per riuscire a seguire la storia di quella costruzione e, dopo ciò, è iniziata la nostra visita. All’inizio ci hanno fatto passare nel vecchio ufficio del padre, nel quale, rimanevano nascosti Anna, la sua famiglia e un’altra famiglia ebrea. Successivamente, attraverso una scala molto stretta e ripida, abbiamo raggiunto la piccola stanza con la libreria, originale, dietro la quale era situata la porta che portava al nascondiglio.
Oltrepassata quella, sono rimasta a bocca aperta vedendo quanto si era conservata bene. Si potevano vedere i pavimenti composti da assi di legno, il bancone della cucina con tanto di lavandino ancora intatto e il bagno tutto come allora.
Una cosa mi ha colpito più di tutte: sulla parete di una delle stanze c’erano dei segni in matita, delle tacche, che rappresentavano le variazioni di altezza di Anna e Margot (sua sorella). Piccoli dettagli di una quotidianità stravolta dall’orrore, dalla violenza, dalla ferocia di uomini senza scrupoli.
Consiglio a tutti voi un giorno di poter andare a visitare la casa di Anna Frank e tutti quei luoghi che testimoniano ancora oggi quanto di brutto è accaduto nel passato, nella speranza che insegnino a ognuno di noi che certi errori non devono essere ripetuti.
Elisa Bottà

