Ricordando Vajont
24 ottobre 2024 - Tempo di lettura: 3 minuti
Categoria: Attualità e CulturaIl disastro del Vajont si verificò la sera del 9 ottobre 1963 alle 22:39.
Due pezzi del monte Toc si staccarono e finirono nel lago artificiale sottostante, provocando un’onda che rase al suolo diversi insediamenti circostanti. Prima del crollo, sul monte si era formata una crepa lunga 2 km che faceva presagire il disastro verificatosi in seguito.

Ma come è caduto l’intero pezzo di montagna?
La frana è stata causata dall’acqua del lago artificiale che si è insinuata nel piede della montagna e ha incontrato roccia calcarea e argillosa, erodendola.


Un geologo aveva notato che il terreno non era adatto per ricevere un invaso ed era già franato in passato, ma le motivazioni economiche superarono i rischi geologici.
La diga faceva infatti parte di un sistema che avrebbe portato energia a tutto il triveneto, ovvero Veneto,Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia.
Il Vajont è un affluente del fiume Piave, nel quale si getta nei pressi del piccolo comune di Longarone, in provincia di Belluno, dopo avere scavato una profonda gola, detta del Vajont. Essa è fra le più belle delle Alpi, tra il monte Toc e il monte Salta. Nell’Italia del boom economico, alla fine degli anni Cinquanta, in questa area viene realizzata un’opera ingegneristica di mirabolante portata: una diga, celebrata come la più grande d’Europa. Il cantiere viene aperto nel gennaio del 1957 e l’inaugurazione dell’opera avviene nel 1959. L’azienda privata costruttrice, la Sade (Società Adriatica di elettricità), in fase di realizzazione, non tenne conto dei rischi di franosità e di eventi sismici della zona e ignorò le ipotesi di pericolo sollevate da chi conosceva bene l’area. Richieste di intervento e di denuncia dei rischi continueranno ad essere ignorate per anni. I costruttori affermarono che la situazione era sotto controllo e che eventuali problematiche sarebbero state di scarsa rilevanza.
Purtroppo non fu così.
Le cittadine colpite sono state Casso, Erto e Longarone, quest’ultima letteralmente spazzata via dall’onda gigantesca e dallo spostamento d’aria.
Nel disastro ci furono 1910 vittime, di cui 400 bambini. In loro ricordo sono stati attaccati dei foglietti lungo tutto il percorso che porta alla diga che riportano i nomi dei piccoli deceduti, la loro età, oppure ricordano tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di venire alla luce.

Oggi di Vajont è rimasto solo un piccolo lago e lo sbarramento ancora intatto. Longarone è stata ricostruita da capo, a Erto rimangono quelli che Mauro Corona definisce “fantasmi di pietra”, case per lo più vuote, testimoni di un disastro immane. Sono stato sul Vajont con i miei familiari, arrivato lì mi sono sentito piccolo, ho provato tanta tristezza nel conoscere la storia di questa comunità.
La Natura, secondo me, va ascoltata e rispettata, l’uomo non deve alterare fragili equilibri perché, come ci insegna questa tragedia, potrebbe poi pagarne le conseguenze.
Nicola Dogali
