Parità di genere: ma è davvero parità?
28 novembre 2021 - Tempo di lettura: 7 minuti
Categoria: Attualità e CulturaSi parla tanto di parità di genere e ruolo delle donne. Tanto è stato fatto per migliorare il ruolo della donna, almeno in apparenza. Eppure sappiamo che ai progressi culturali non sono seguiti i fatti, se ancora sono tanti i femminicidi, se la disparità di reddito nella stessa posizione lavorativa è ancora grande, se la povertà è più diffusa tra le persone anziane di sesso femminile che di quello maschile.

In Italia, l’arrivo di una donna al vertice di un’istituzione è salutato con favore dall’opinione pubblica, ma la circostanza non viene quasi mai presentata come un reale vantaggio per l’interesse pubblico. La sensazione è che ci si senta appagati dai numeri crescenti, ma senza aver capito il bisogno e il ruolo delle donne nella società. Si dovrebbe invece comprendere che non è questione di fare un favore alle donne; la presenza delle donne non deve più essere un obiettivo solo ed esclusivamente numerico.
Finora nessuno Stato ha realizzato la parità tra uomini e donne: i progressi sono lenti e i divari di genere persistono in ogni campo.
Nell’Africa subsahariana, in Oceania e in Asia occidentale, le ragazze ancora incontrano ostacoli nell’accesso alla scuola; in Nord Africa, le donne detengono meno di un quinto dei posti di lavoro retribuiti in settori non agricoli. Per quanto riguarda la politica, in 46 paesi, le donne detengono il 30% di seggi nei parlamenti nazionali in almeno una Camera.

Arriviamo più da vicino al mondo del lavoro. Il divario salariale è la differenza fra gli stipendi medi di uomini e donne. È definito ufficialmente “differenziale retributivo di genere non rettificato”, in quanto non tiene conto di tutti i fattori che influenzano il differenziale retributivo, come le differenze in termini di istruzione e esperienza sul mercato del lavoro e le ore di servizio.
Le donne, in Europa, guadagnano in media all’ora il 15% in meno degli uomini. Gli stati membri differiscono molto l’uno dall’altro. Si va dal 23% dell’Estonia al 3% della Romania. Ma, attenzione, un minore divario retributivo di genere in un Paese non corrisponde necessariamente a una maggiore uguaglianza di genere. In alcuni stati membri, divari retributivi più bassi tendono ad essere collegati ad una minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. A loro volta, divari più alti tendono a essere collegati ad un’elevata percentuale di donne che svolgono un lavoro part-time o alla loro concentrazione in un numero ristretto di professioni.
Le donne continuano comunque ad essere vittime di una vera e propria discriminazione sul luogo di lavoro, che si riflette nell’essere retribuite meno dei colleghi uomini che hanno le stesse qualifiche o che lavorano alle stesse condizioni e nel subire una retrocessione al ritorno dal congedo di maternità. Le donne non soltanto guadagnano di meno all’ora, ma svolgono anche meno ore di lavoro retribuito e più lavoro non retribuito, oltre ad avere più probabilità di essere disoccupate rispetto agli uomini. Tutti questi fattori messi insieme portano a una differenza di guadagno complessivo tra uomini e donne pari a circa il 37% nell’UE; senza contare le molestie a carattere sessuale che spesso le donne sono costrette a subire ogni giorno sul luogo di lavoro.
L’Italia è al 14° posto nell’Unione europea (UE) riguardo all’indice di uguaglianza di genere. Si avanza verso l’uguaglianza di genere a un ritmo più sostenuto rispetto ad altri Stati membri dell’UE, e dal 2005 ha guadagnato 12 posizioni.
“Ogni riduzione dell’1% nel divario retributivo di genere comporterebbe un aumento del PIL dello 0,1%” (stime).
Sebbene le laureate superino i laureati nell’UE, sono poche sul mercato del lavoro. Quasi il 30% delle donne lavora part-time. Le donne sono inoltre più propense ad avere interruzioni di carriera e a prendere decisioni professionali legate alla cura e alle responsabilità familiari.
Altre cause del divario salariale sono la grande quantità delle donne nei settori relativamente a basso salario come l’assistenza, le vendite o l’istruzione e la sotto-rappresentazione nei settori dove le retribuzioni sono più alte. Ad esempio, nel 2018 erano donne il 41% di tutti gli occupati come ingegneri e scienziati nell’UE. Le donne occupano solo il 30% delle posizioni manageriali in Europa.

Con meno denaro da risparmiare e investire, questi divari si accumulano e di conseguenza le donne sono a maggior rischio di povertà ed esclusione sociale in età avanzata. Il divario di genere nelle pensioni era circa del 30% nel 2018, da un massimo del 43% in Lussemburgo a un minimo dell’1% in Estonia.

L’attrice Emma Watson, conosciuta universalmente come l’interprete di Hermione Granger della saga di Harry Potter, a soli 24 anni ha preso parola all’assise delle Nazioni Unite per motivare la sua decisione di diventare il volto e la voce della campagna contro la violenza sulle donne, con un discorso che è entrato nella storia ed è diventato uno dei 10 discorsi sulla parità di genere più influenti al mondo.
Emma Watson si espone in prima persona su un tema difficile per la sua generazione e lo fa posizionandosi non solo dalla parte delle donne, ma affrontando direttamente la responsabilità e il coinvolgimento degli uomini, chiamandoli in causa. Il 20 giugno 2014 l’attrice e altri tre giovani attivisti fondano l’associazione HeForShe (lui per lei), a favore della parità di genere. Parla anche di ‘femminismo involontario’, da parte di chi smette di incarnare e alimentare con atteggiamenti e scelte quotidiane gli stereotipi sessisti.
“Più ho parlato di femminismo, più ho capito che lottare per i diritti delle donne è spesso diventato sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa della quale sono certa è che questo deve finire. Per la cronaca la definizione di femminismo è credere che gli uomini e le donne debbano avere uguali diritti e opportunità. È la teoria della parità dei sessi in politica, economia e nella società. Perché questa parola è così scomoda?”
“Ho iniziato a essere confusa dai preconcetti di genere quando avevo otto anni, e da quel momento ho deciso che ero una femminista e la cosa non mi è sembrata complicata. Ma le mie recenti ricerche mi hanno fatto scoprire che femminismo è diventata una parola impopolare: le donne si rifiutano di identificarsi come femministe”.
“I miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza […]. Queste persone erano i miei ambasciatori della parità tra i sessi e mi hanno resa chi sono oggi. Forse non ne sono consapevoli, ma sono dei femministi involontari che stanno cambiando il mondo. Abbiamo bisogno di più persone come loro. E se ancora odiate la parola, sappiate che non è la parola a essere importante ma l’idea e l’ambizione che quella parola rappresenta”.
“Nella mia agitazione per questo discorso, e nei miei momenti di insicurezza, mi sono fermamente detta: se non io, chi? Se non ora, quando? Se avete dei dubbi simili ai miei, quando vi si presentano delle occasioni, spero che queste parole vi siano d’aiuto […]. Se credete nella parità, potreste essere voi uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima. E per questo, mi complimento con voi”.
L’affermazione della parità dei sessi è solennemente avvenuta nella Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite che cerca di creare uguaglianza nel diritto e nelle situazioni sociali. Questo è anche l’obiettivo 5 dei diritti umani dell’ONU; ad oggi molti Stati la affermano tra le proprie leggi. Inoltre l’Agenda 2030 sostiene tale tematica garantendo con l’obiettivo numero 5 la parità di genere in tutti i settori.
Ciò dimostra la smisurata importanza che si dà a questo problema.
La domanda è una: come eliminare le discriminazioni? Fin da piccoli i bambini devono essere abituati alla parità, abituati al fatto che tra di loro non c’è differenza, che il blu non è un colore per i maschi ed il rosa per le femmine. Bisogna insegnare ai bambini a non vergognarsi a esprimere liberamente le proprie emozioni, a rispettare e a trattare come si deve tutti, allo stesso modo, maschi e femmine, perché non c’è differenza. E i primi a dare il buon esempio devono essere gli adulti.
Da definizione il femminismo è “il movimento diretto a conquistare per la donna la parità dei diritti nei rapporti civili, economici, giuridici, politici e sociali rispetto all’uomo”, ma si sta sviluppando la concezione errata che per questo le donne odiano gli uomini, e che per andare bene le donne debbano essere come gli uomini. Non significa essere uguali, sarebbe impossibile ma sarebbe anche sbagliato. Perché, come dice Sadhguru: “Non puoi rendere le persone uguali tra loro, non funzionerà mai, ma puoi offrire pari opportunità. Pari opportunità significa semplicemente parità di condizioni”.
Alice Secci