La rivincita delle parole
In redazione con Arianna Conoscitore: dalla paura del foglio bianco alla passione per la scrittura
Qualche settimana fa, è venuta a trovarci in redazione Arianna Conoscitore, ex alunna dell’IC di Lovere, che ha collaborato anche con Infiltrati Speciali, neodiplomata al liceo classico “Decio Celeri” e scrittrice da sempre.
Anzi, la passione per la scrittura è arrivata strada facendo, ci ha detto, “infatti, alle elementari mi sentivo schiacciata ed incapace, il ruolo dell’insegnante secondo me è quello di valorizzare il ragazzo; se le idee ci sono, l’insegnante deve incoraggiare a tirare fuori il meglio di sé”. “Ci dev’essere apertura per valorizzare le capacità di un ragazzo”.
Anche la lettura non le piaceva all’inizio, perché nella scuola elementare c’era un gioco che premiava chi leggeva di più, penalizzando chi leggeva lentamente. La svolta è avvenuta alla scuola media, il libro che ha fatto scoccare la scintilla è stato Harry Potter. “Allora c’era il fantasy, mentre ora leggo libri a carattere psicologico o di genere mito”.

Arianna ha iniziato a scrivere racconti, inseriti in antologie e una raccolta di poesie intitolata “L’incanto del vivere” pubblicata da Grace edizioni. Ecco come si è presentata in uno scritto che ci ha inviato prima di passare a trovarci in redazione.

“Scrivere, per me, non è sempre stata una passione. Ho vissuto momenti in cui quasi odiavo farlo, così come non mi piaceva affatto leggere libri. Il motivo principale per cui provavo particolare avversione verso la scrittura e, più in generale, verso la materia di italiano era che mi sentivo un’incapace: fare l’analisi grammaticale era una tortura, non ci capivo granché. Quando poi mi trovavo davanti le bianche pagine del quaderno e dovevo inventarmi un testo, non sapevo mai cosa scrivere. Eppure, avevo moltissima fantasia nei giochi, inventavo storie di ogni genere e gli altri bambini venivano sempre per questo motivo a chiedermi: “A cosa giochiamo oggi?”.
Ma quando dovevo elaborare dei temi, quella fantasia improvvisamente si confondeva in centinaia di frasi e idee e il risultato era un insieme che, nel complesso, non aveva senso compiuto, né coesione. Una volta, per esempio, dopo aver cominciato a scrivere per compito, mi ero resa improvvisamente conto di aver saltato alcune pagine precedenti a quella che oramai avevo completato. A quel punto pensai: “Adesso cosa faccio? La maestra dice sempre che non si lasciano le pagine in bianco, perché è uno spreco”.
E allora? Be’, semplicemente iniziai a riempire i fogli a ritroso: praticamente creai una storia che si leggeva dalla fine verso quello che comunemente riteniamo essere l’inizio, esattamente come se si trattasse di un manga senza immagini, composto da sole parole. Ebbi, tuttavia, la cura di indicare con delle frecce a margine l’ordine di lettura. La maestra non la prese troppo bene e ai colloqui si lamentò con mia mamma per il mio continuo disordine.
Fu in quell’istante che mi convinsi che la scrittura non avrebbe mai fatto al caso mio e, di conseguenza, incominciai a odiarla.
Il mio rapporto con essa migliorò solo durante gli ultimi due anni delle elementari, quando cambiammo insegnante.
Ma la vera svolta, per me, avvenne alle scuole medie.
La mia docente di italiano era la professoressa Laura Cruciani. Ricordo ancora quella volta che ci dette da fare un tema a casa, basato su una traccia che parlava di un videogioco da cui i nostri protagonisti sarebbero stati risucchiati. Il genere era il fantasy.
Credo di aver cominciato a mettere giù un bozzetto del mio lavoro durante le vacanze, forse di Natale. Usai due fogli A4 fronte e retro per stendere la brutta copia. Quando la finii, provai a rileggerla. Una volta fatto, pensai: “E’ terribile, assolutamente terribile. Ma c’ho impiegato un sacco per scriverla… Come farò a rifare tutto daccapo?”. Decisi, dunque, di provare a ricopiare sul quaderno almeno l’incipit.
Quando vidi davanti ai miei occhi le righe ancora pulite, vuote di parole, avvertii una strana sensazione: fu come se la pagina mi dicesse: “Scrivimi”.
Copiai la prima frase della brutta. E le altre che seguirono non ebbero nulla a che vedere con l’idea iniziale della struttura che il racconto doveva assumere. Semplicemente mi uscirono dalla penna a fiumi, come se sapessi esattamente quello che doveva succedere dopo. Mi sembrò di star trascrivendo una vicenda che, da qualche parte nell’Universo, si era svolta per davvero e che, finalmente, mi aveva raggiunta: io facevo solamente da tramite.
Fu così che mi uscì il tema più lungo della storia della mia vita di allora: ben 14 pagine, destinate a diventare le più preziose del mio intero percorso.
Quando tornammo a scuola, come spesso faceva, la Cruciani ci chiese di leggere i nostri temi. Dopo un po’ di tempo, arrivò il mio turno. Ricordo che non riuscii a finire entro l’ora: la campanella suonò, interrompendomi a metà. Mi dispiacqui, pensando che non avrei più avuto modo di concludere.
Invece, la prof mi si avvicinò e mi disse che avrei proseguito la lezione successiva: i miei compagni sembravano essere molto curiosi di sapere la continuazione del mio racconto. Rimasi stupita: non avrei mai creduto che una mia storia potesse interessare a qualcuno.
Quel testo divenne il mio primo dieci in italiano di sempre. Il primo con dei disegni alla fine – io, infatti, tra tante cose adoro anche disegnare – perché la prof mi aveva permesso di decorarlo come volevo, diversamente da come mi capitava alle elementari.

E fu proprio allora che si accese qualcosa dentro di me: scoprii che scrivere mi piaceva, che avevo tanto da dire. E capitò sempre più spesso che fosse la pagina a chiamarmi. Un semplice foglio vuoto doveva essere riempito? Io iniziavo con la prima parola e il resto veniva da sé con una facilità che trovavo impressionante.
Con questo stesso spirito iniziai per gioco a scrivere un libro mio, tuttora in via di definizione: mi innamorai così tanto del mio progetto che non potei più abbandonarlo.
In terza media, la Cruciani riuscì a convincermi a iscrivermi a Infiltrati Speciali, cui mi affezionai particolarmente. Ci insegnò, inoltre, forse proprio in quel periodo, a scrivere gli haiku, poesie che in tre versi sanno racchiudere infiniti mondi. C’era qualcosa, nel dar vita a quei brevi componimenti, che mi catturava l’anima. Fu la scintilla che mi spinse a continuare anche dopo le medie a esprimermi in questa forma: era come se le mie emozioni vi si adattassero perfettamente.

Fu quella poesia che mi spinse a iscrivermi al Liceo Classico. Non lo feci perché mi sentivo particolarmente brava, anzi, nella mia ottica di allora non lo ero affatto. Fu semplicemente un atto di fiducia che, non so come, aveva già dentro di sé la certezza che, comunque sarebbe andata, non avrei avuto rimpianti.
E le idee per nuove storie e poesie non smisero di affiorare, anzi, lo fecero con sempre più frequenza. La mente mi si riempiva di immagini intense, spesso mescolate alle mie emozioni e alle mie memorie sensoriali risalenti anche a quando avevo solamente 18 mesi. Ogni volta che ne compariva una nuova sentivo un moto interno che spingeva per uscire. Quindi scrivevo e scrivevo. E ancora oggi, quella forza nascosta si rivela a me in momenti totalmente scollegati, ma importantissimi. Sempre più spesso mi capita di cogliere messaggi criptici nei sogni e nelle meditazioni e di avvertire la necessità di riformulare tutto nei miei racconti. È un’esigenza, una sorta di spirito di sopravvivenza che mi anima. Per fare un esempio, proprio in quest’ultimo periodo sto scrivendo Alienation, basato su un inquietante incubo ambientato in un labirinto.
Ad ogni modo, ritornando al discorso precedente, un giorno pensai di condividere alcune mie piccole liriche con la Cruciani e la professoressa Jennifer Perini, con cui ero rimasta in contatto dalla fine delle medie fino ad allora.
Fu in quell’occasione che la Perini mi domandò: “Hai mai provato a partecipare a dei concorsi?”. Io le risposi di no. Lei, quindi, mi spinse a tentare. E così, ancora in un modo che può definirsi, in apparenza, casuale, cominciai proprio lo scorso anno a mandare i miei lavori ai concorsi.
Iniziai con due percorsi paralleli: uno di poesia e uno di narrativa. In realtà, non speravo in un risultato particolarmente brillante. Tentai tanto per tentare, senza alcuna aspettativa.
Eppure, avvenne il miracolo: vinsi entrambi i concorsi!
Il primo a passare le selezioni fu il mio lavoro di poesia: tre componimenti brevi che, avendo vinto, finirono in un’antologia, accostati ad autori classici, con tutti gli altri vincitori. Scoprii tutto mentre ero a scuola. Per me, la cosa più bella fu gioire con la mia amica e vicina di banco, più che la vittoria in sé.
Poi, verso lo scorso maggio, ricevetti l’avviso di pubblicazione entro lo stesso agosto del mio racconto breve “Metamorphosis”. Anch’esso finì in un’antologia, con altri vincitori. Rimasi profondamente colpita dall’evento: “Metamorphosis” era, infatti, un esperimento. Fino ad allora avevo scritto solo fantasy. Quello, invece, basato su un sogno e insieme su ricordi reali della mia vita, era un elaborato a carattere psicologico, il primo di sempre. Mi servii sostanzialmente del simbolismo per raccontare quelle esperienze che mi hanno realmente portato alla metamorfosi, cioè a diventare una persona diversa e migliore.
E quel simbolismo, quel mondo onirico e stratificato, in pochissimo tempo, divennero la mia firma di scrittrice: proprio alla fine dello scorso novembre, tornata dalla gita in Grecia, ho iniziato a scrivere “Phobos: l’ombra del dolore”, un trattato costruito su tre piani narrativi: onirico/autobiografico, filosofico e, infine, mitologico.
Proprio con questo testo ho imparato a tirar fuori il meglio delle mie capacità: è stato, difatti, il luogo in cui ho provato una scrittura a più livelli di lettura; alcuni potevano capire, a mio avviso, solo la superficie, semplicemente quello che vi era scritto; altri, invece, il senso etimologico su cui erano giocate alcune riflessioni; altri ancora, potevano percepire il sentimento.
Il sentimento, questo per me è il centro. Scrivo perché un sentimento mi muove. E scrivo perché gli altri sentano, per questo il mio stile è evocativo. Perché credo profondamente che un libro possa far provare qualcosa e cambiare le persone. Ce ne sono alcuni che hanno fatto questo effetto su di me. E io stessa voglio essere portatrice di questo messaggio. Il mio sogno è raggiungere più persone possibile, perché con una lettura si sentano meno sole di prima in emozioni che alle volte sono difficili da far capire agli altri.
Ecco perché spesso quello che creo si basa su sensazioni del corpo, sperimentabili da chiunque: perché il linguaggio del corpo è quello attraverso cui passa tutto, anche i sentimenti più complicati. Il corpo non mente, anzi, capisce prima della ragione.
È l’unica cosa affidabile, perché esiste per tutti, e soggettiva, perché tutti ne fanno esperienza diversa. L’udito, per esempio, è un’esperienza di tutti ma diversa per ciascuno. Uno stesso brano può piacere a qualcuno, non generare niente dentro qualcun altro, oppure non piacere direttamente.
Spesso il suono è il fulcro delle mie descrizioni proprio perché l’udito attraverso cui passa è il senso con meno filtri: la musica può liberamente raggiungere le corde del cuore.
Sono state scritte ascoltando la musica la maggior parte delle poesie della mia raccolta “L’incanto del vivere”, prima opera mandata direttamente a una casa editrice poco prima di mettermi all’opera con “Phobos”.

Quello che forse può sorprendere, è che le canzoni che ho ascoltato erano quasi tutte in giapponese. Il giapponese, io credo, possiede un potere magico: non serve sapere dettagliatamente ogni parola per capire una canzone, perché l’importante è la melodia. È la melodia che dà significato. E il giapponese è naturalmente molto melodico, perciò lo ascolto: perché allena il mio orecchio a sentire bene quello che scrivo. A capire quando una frase è giusta non solo perché scritta bene in italiano, ma perché il ritmo è calibrato bene. Non si tratta solo di pause, ma anche di suoni consonantici e vocalici.
Il giapponese, quindi, mi ha insegnato come accostare i fonemi per ottenere un risultato più sciolto e toccante.
Ma la musica non è stata la mia unica fonte: i contenuti di quello che scrivo sono spesso riferimenti ad autori che ho incontrato nel mio percorso di studi al liceo. Un esempio è il poeta Catullo, che ho molto amato per la sua capacità di scrivere dell’amore. Non si tratta di semplici conoscenze formali: non metto mai in quello che creo dei riferimenti testuali, ma quel che mi rimane dei concetti, che sono poi quelli che davvero mi plasmano. Ci sono alcuni autori di cui non ricordo niente, altri di cui non dimenticherò mai una singola parola di quel che hanno scritto. Ed è uno dei motivi per cui dico sempre che, se tornassi indietro, sarei disposta a ricominciare il Classico, nonostante la consapevolezza delle difficoltà che mi aspetterebbero nuovamente.
Ed è anche uno dei motivi per cui, quando rileggo cose che ho scritto anche molto tempo fa, non riuscirei a cambiare nemmeno una frase: le sento giuste, come se calzassero a pennello, perché fanno parte di me.
E proprio perché le parti di me sono innumerevoli, “L’incanto del vivere” è suddiviso in sezioni, in modo da dare a ciascuna la sua giusta dose di respiro. E forse è questo, in fondo, il motivo per cui continuo a scrivere: perché ogni frammento di me cerca una forma, una voce, un ritmo. Scrivere è il modo in cui metto ordine nel caos, quello che da bambina mi faceva confondere e pensare di non sapere cosa scrivere nei temi, in cui trasformo ciò che sento in qualcosa che può essere condiviso.
E così, se anche solo una delle mie parole riuscirà a raggiungere qualcuno, a farlo sentire meno solo, allora tutto questo avrà avuto senso.”
Le abbiamo chiesto cosa farà dopo la maturità.
“Con tutta probabilità psicologia, per capire meglio me stessa e gli altri, perché capire la psicologia delle persone aiuta ad entrare meglio nel personaggio.”
Come è cambiato il tuo stile?
“All’inizio era una scrittura sperimentale, in quella di oggi si vede il cammino fatto, influenzato dalle letture che mi appassionano e dall’esperienza scolastica. Nella scrittura il linguaggio si amplia, leggere, ascoltare un linguaggio più complesso aiuta a scrivere e a parlare.”
Queste parole ci hanno fatto capire quanto la scrittura sia un percorso di crescita, fatto di impegno, letture ed esperienze. Ma la risposta che ci ha colpito di più è arrivata quando abbiamo chiesto ad Arianna da dove nascesse la sua ispirazione. Senza esitazione, ha risposto: «Trovo ispirazione nei sogni». Una frase che racchiude perfettamente il suo modo di scrivere: la capacità di trasformare fantasia, emozioni e immaginazione in storie che coinvolgono il lettore. Un bellissimo esempio di come la passione per la lettura e la scrittura possa aiutare a esprimere se stessi e a guardare il mondo con occhi sempre nuovi.
Nicola Macario