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La memoria di Capaci con Tina Montinaro

6 aprile 2024 - Tempo di lettura: 6 minuti

Categoria: Attualità e Cultura

Presentato a Lovere il libro “Non ci avete fatto niente”

Quest’anno, per il progetto lettura in classe, abbiamo letto “Non ci avete fatto niente” di Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro, uno degli uomini della scorta di Giovanni Falcone, morto insieme ai suoi compagni e al giudice nella strage di Capaci. Qualche settimana fa abbiamo incontrato l’autrice al teatro Crystal, evento organizzato dalla Libreria Mondadori di Lovere.

Il 23 maggio 1992 è una data che tutti ricordano: sull’autostrada A29, all’altezza dello svincolo per Capaci, un’esplosione coinvolge le macchine su cui viaggiano Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Tra di loro c’è Antonio Montinaro, il caposcorta del magistrato: un giovane poliziotto innamorato del suo lavoro che, dopo alcuni anni di servizio a Bergamo, chiese di essere trasferito a Palermo per lottare contro la mafia.

In provincia di Palermo sposò Tina, con cui ebbe due figli. Anche dopo essere diventato padre, Antonio continuò a correre il rischio di proteggere Falcone.

Il 23 maggio del ‘92, la scorta si trovava all’aeroporto di Palermo in attesa del giudice e di sua moglie che arrivavano da Roma. Sulla Fiat Croma marrone c’erano Antonio, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Dietro c’era la macchina del magistrato, che aveva insistito per guidare al posto del suo autista, Giuseppe Costanza.

Quel fatidico giorno, Giovanni Brusca era appostato su una collina allo svincolo di Capaci, sotto l’autostrada aveva messo 500 chili di esplosivo, per far saltare in aria Falcone.

Quando le macchine passarono sopra alla dinamite, Brusca premette il bottone. Alle 17:58 la strada non c’era più, solo un ammasso di macerie, una macchina degli agenti di polizia era addirittura volata in un campo a parecchi metri di distanza.

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Da quel giorno, Tina non ha più smesso di lottare contro la mafia. Nel campo dove si è schiantata la Fiat Croma lei ha aperto il Giardino della Memoria, che si può visitare, lasciando ricordi o disegni per ricordare il magistrato, sua moglie e gli agenti.

Riportiamo di seguito alcuni pensieri che abbiamo scritto in classe, dopo aver assistito alla presentazione del libro. 

(Foto dal web)

“Secondo me, bisogna sempre credere in ciò che si compie, come c’è scritto nel libro, indipendentemente dal guadagno, dal tornaconto personale, perché se viene svolto un lavoro, che comporta anche rischi, lo si fa non per i soldi, ma perché piace, dà soddisfazioni e quindi lo si fa volentieri. Si è consapevoli che si rischia per una giusta causa, per il bene di tutte le persone oneste che credono nella giustizia e nella legalità”. 

I tre agenti della scorta (foto dal web)

“Il fallito attentato dell’Addaura fu un fatto gravissimo, perché si capì che il giudice Falcone e i suoi agenti erano a rischio. Il responsabile del reparto scorte venne incaricato di comunicare agli agenti che, anche se rischiavano la vita tutti i giorni, non avrebbero guadagnato di più e che chi voleva andarsene poteva farlo tranquillamente. Molti degli agenti se ne andarono dopo questa notizia, ma Antonio non ci dovette pensare nemmeno un secondo, a lui non importava se guadagnava di meno, lui, come altri del gruppo, non faceva quel lavoro per soldi, ma perché ci credeva”. 

L’Addaura dopo l’attentato (foto dal web)

“Cara Tina,

stamattina in classe sono riuscita a trovare le parole giuste per descrivere le mie emozioni e i miei sentimenti in riferimento a questo libro che hai deciso di scrivere.

In un passaggio mi ha colpito la tua voglia di lottare contro la mafia, il tuo amore per il tuo paese e, soprattutto, aver avuto la forza di crescere i tuoi figli senza un uomo accanto.

Ad essere sincera, se mi fossi trovata nella tua situazione, avrei avuto paura a restare a Palermo, per la mafia che ogni giorno teneva paralizzata la città, invece tu nonostante il dolore per la perdita di tuo marito, sei andata avanti e hai avuto la forza e il coraggio di restare nella tua città, perchè come dici “NON CI AVETE FATTO NIENTE”. Tu giri per l’Italia con un sorriso stampato sul viso, la voglia di raccontare questa storia a bambini e ragazzi, ma soprattutto con l’orgoglio di essere la moglie di Antonio Montinaro”.

Tina Montinaro con gli studenti a Lovere (foto Infiltrati speciali)

“Cara Tina,

[…] devo dire che la lettura del libro mi ha insegnato molto e mi ha dimostrato diverse cose, tra cui di non arrendersi mai e di essere forti come ha fatto lei, che dopo la perdita di suo marito non ha mai smesso di lottare contro la mafia e ancora oggi tiene al fatto di condividere con gli studenti come me il concetto di cambiamento. Lei ha voluto evidenziare che la Palermo di oggi non è come la Palermo di molti anni fa, perchè al giorno d’oggi è diverso, chi vuole lottare può farlo, può farlo senza essere zittito, come lei per esempio. Lei non è rimasta con le mani in mano ma si è fatta sentire.

Ha dato ai ragazzi di oggi un importante insegnamento, ovvero quello di non essere mai indifferenti ma di impegnarsi per costruire una società più giusta e corretta, che andrebbe applicato alla vita di tutti i giorni, anzi deve.

Ammiro molto la sua persona e ritengo importanti i suoi insegnamenti, credo che lei sia un ottimo esempio da seguire, è stata una donna molto forte a crescere i suoi figli da sola, senza alcun aiuto. Ancora oggi gira i vari paesi per portare avanti un messaggio fondamentale, quello di vedere realizzati giustizia, legalità, onestà in onore di Antonio e di tutte le vittime innocenti della mafia. Credo che ci vorrebbero più persone come lei.

Grazie per essere venuta a parlare della sua esperienza, non scorderò i suoi insegnamenti”.

Anche noi nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa, per esempio quando ci troviamo davanti a un’ingiustizia, a qualsiasi forma di violenza dove il più forte vuole imporsi sul più debole, dobbiamo parlare, avvertire gli adulti senza aver paura delle conseguenze. Nella società deve prevalere la giustizia, l’onestà: questi valori non devono essere calpestati ma rifiorire ogni giorno. È il più grande insegnamento che ci lasciano le vittime delle mafie.

Greta Menolfi, Rebecca Bianchi, Benedetta Monchieri

con la collaborazione di Nicola Macario, Alessio Tarzia e Anna Bet