In prima linea contro il Covid
10 novembre 2020 - Tempo di lettura: 8 minuti
Categoria: Attualità e CulturaLa testimonianza di un medico dell’ospedale di Esine
La malattia da Covid-19/Coronavirus è una patologia infettiva respiratoria causata dal virus denominato SARS-CoV-2 e i primi casi sono stati riscontrati in Cina nella città di Wuhan durante la pandemia di COVID-19 del 2019-2020. Da lì il virus si è diffuso in tutto il mondo arrivando ad avere, in totale, 44 mln di casi con 1,17 Mln di morti. In Italia ci sono stati 573.000 casi in totale, partendo dagli 0 giornalieri a febbraio fino ai 25.271 di ieri (incremento casi totale rispetto al giorno precedente).
Quest’estate ce la siamo spassata, abbiamo preso una boccata d’aria, abbiamo incontrato persone su persone e anche il Covid è andato in vacanza… Ora è ritornato quindi dobbiamo reagire, non vogliamo che si torni come prima, non possiamo tornare come prima!
Ho avuto la possibilità di intervistare il dott. Paolo Stofler, Geriatra dell’ospedale di Esine (Bs), specializzato nella riabilitazione delle persone anziane, durante la prima ondata ha operato come medico generico e ha curato tutte le persone malate. Oltre a rispondere ad alcune domande che tutti voi vi sarete fatti, ci consiglierà come tornare alla “normalità”.
Com’era organizzato il reparto Covid all’ospedale di Esine?
Il reparto Covid all’ospedale di Esine era organizzato in modo che fosse completamente isolato. In questo poteva entrarci chi ci lavorava e i pazienti a cui era stato diagnosticato con certezza la malattia da COVID-19.
Nel reparto ognuno aveva la sua mansione. I medici avevano un ruolo di gestione, quindi visitavano il paziente, decidevano che tipo di terapia intraprendere e decidevano che tipo di esame di controllo fare.
Le infermiere dovevano fornire le terapie ed organizzare l’assistenza ai malati; le OSS avevano il compito di dare un’assistenza di base, cioè garantire l’igiene e il benessere dei malati ricoverati.
Tutti i malati venivano ricoverati dal Pronto Soccorso e venivano poi messi nei reparti di degenza.
Quindi, in poche parole, l’ospedale era un’isola a parte organizzata.
L’ospedale di Esine in cui lavoro è stato identificato come “ospedale Covid” quindi era un punto di riferimento per tutti i malati di coronavirus in quel periodo, arrivando ad avere più di 200 pazienti distribuiti anche nei normali reparti; alcuni reparti sono rimasti invariati, non avevano comunque comunicazione con gli altri poiché c’era il rischio d’infettarsi.
Ha dovuto aumentare le sue ore lavorative?
Sì, abbiamo tutti dovuto aumentare le nostre ore lavorative, parlo solo dei medici perché i turni infermieristici e degli OSS, più o meno, sono riusciti ad essere sostenuti dal personale che già c’era, diversamente rispetto a noi medici che eravamo in lieve carenza. Per questo motivo abbiamo dovuto rinunciare ad alcuni riposi e aumentare il numero di notti per la cura dei malati, dato che questi arrivavano a grandi ondate sia di giorno che di notte.
Com’era organizzata la sua giornata di lavoro?
La mia giornata era organizzata così: si arrivava in reparto di mattina, solitamente verso le 8, vale a dire l’orario in cui i medici notturni smontano. All’inizio il nostro compito principale era vedere come stavano i pazienti ricoverati, come avevano passato la notte e poi valutare quelli entrati di notte. Dopodiché, facendo un giro veloce dei malati, facevamo loro un esame particolare chiamato “emogasanalisi” che consiste nel prelievo di sangue arterioso (quindi delle arterie) che ci serviva moltissimo, per capire come funzionavano gli scambi gassosi del paziente e, dato che questi avvengono nei polmoni, riuscivamo a capire come funzionassero i polmoni di quella persona. Una volta che avevamo questo esame, o se necessario altri, facevamo il giro andando malato per malato, chiedendo come stesse, valutavamo gli esami per poi decidere se e come modificare le terapie che stava facendo.
Finito il giro c’era poi tutta la parte pratica; qualcuno magari andava a casa, quindi bisognava organizzare la lettera di dimissione e il trasferimento al domicilio; purtroppo c’erano molte persone che morivano, bisognava poi gestire la salma che veniva inviata all’esterno. Infine dovevamo ricoverare i nuovi pazienti ossia visitarli, metterli a letto e poi impostare le nuove terapie del caso.
Più o meno dalle otto del mattino almeno fino alle 20:00 si stava in ospedale poiché dopo quell’orario arrivava il medico della notte. Ma, nel periodo più critico, spesso il medico notturno non riusciva a gestire tutte le persone che arrivavano e quindi, anche chi era lì dalle 8 del mattino, si fermava delle ore in più per dare una mano.
Ci sono stati dei momenti in cui ha avuto paura che non saremmo riusciti a “placare” questo virus? Se sì, in quali mesi?
Il virus, essendo una malattia infettiva, non può durare per sempre; tutte le epidemie hanno un inizio ed una fine, per cui questa paura io personalmente non l’ho mai avuta anche se, ovviamente, noi non eravamo in grado di predire, di capire con certezza quanto sarebbe durata. Per cui nel momento del più alto coinvolgimento della popolazione nell’infezione nella pandemia, noi non sapevamo dire quanto sarebbe durata, però la certezza che si sarebbe risolta o notevolmente ridimensionata nei numeri l’abbiamo sempre avuta, quindi momenti di paura no, non ne ho mai avuti. Devo dire che non ho neanche mai avuto dei momenti di stanchezza perché, in quei grandi momenti di sofferenza, di afflusso di persone ammalate, siamo tutti riusciti a trovare una grande motivazione, una grande armonia di lavoro, una grande armonia d’intenti che ci hanno consentito di affrontare una situazione di gravissima emergenza, come è stata quella della pandemia del Covid. L’impressione che abbiamo avuto tutti, non era quella di essere semplicemente dei medici d’ospedale, ma di essere dei medici dell’esercito, dei medici in prima linea in una situazione di guerra, perché le persone che arrivavano erano in condizioni molto gravi e tutte avevano bisogno di essere curate rapidamente e gestite al meglio; ci siamo riusciti, senza paura devo dire, magari con un po’ di fatica ma sempre con grande motivazione. Io non ho visto nessuno dei miei colleghi, a tutti i livelli, presi dallo sconforto, mai.
L’ospedale di Esine come ha aiutato la popolazione locale?
L’ospedale non ha il ruolo di aiutare la popolazione del territorio perché è una struttura ricettiva, quindi è la popolazione che si rivolge all’ospedale per chiedere aiuto e l’ospedale risponde a seconda delle decisioni prese in scienza e coscienza dal medico o a seconda dei protocolli attivati. Quindi la protezione della popolazione dal punto di vista sanitario spetta ad altre organizzazioni che, in Lombardia, vengono chiamate ATS (Azienda Territoriale dei Servizi) mentre l’ospedale ha un’altra sigla: ASST (Azienda Socio Sanitaria Territoriale), quindi la gestione del territorio non spetta all’ospedale, l’ospedale è una risposta ad alcune esigenze del territorio tanto è vero che l’ospedale di Esine non ricoverava solo persone del paese ma ricoverava anche persone che arrivavano da Bergamo, perché doveva essere aperto alle esigenze di molte più persone che non fossero solo quelle di Esine.
Al contrario, invece, l’ospedale è stato molto sostenuto dalle popolazioni del territorio, quindi non solo dagli abitanti di Esine ma da proprio tutta la Val Camonica.

Noi quotidianamente ricevevamo, come sostegno, come aiuto o come semplicemente atto di riconoscenza delle torte, delle brioche, caffè, cose da mangiare che venivano donate, magari, da gruppi di persone che abitavano nella stessa via e decidevano di andare dal fornaio a comprare 20 brioche da donare al reparto COVID, quindi è stato molto importante anche questo sostegno pratico e psicologico della popolazione circostante che si è anche impegnata in modo consistente a donare denaro per sostenere la crisi e le attività dell’ospedale. Il nostro nosocomio ha ricevuto fondi da varie organizzazioni e da aziende private del territorio, quindi c’è stata una fortissima gara alla solidarietà che ha consentito all’ospedale di poter affrontare anche le spese necessarie per adeguarlo in termini tecnici, di mezzi, di farmaci, di personale, per far fronte alle esigenze di un iper-afflusso di persone mai visto nella storia, almeno nella mia storia ma anche di altri medici molto più anziani di me, nell’ambito di una grave malattia quale è stata questa del virus Covid.

Che cosa possiamo fare oggi, dottor Stofler, per proteggerci?
Alcuni consigli che do sono quelli che sentite in TV e che leggete sui giornali.
Cercare di rimanere ad almeno 1 metro o anche di più di distanza, perché le goccioline che escono dalla nostra bocca incominciano a cadere dopo aver percorso 1m.
Evitare assembramenti di persone.
Lavarsi spesso le mani o igienizzarle. Se è possibile tenere sempre un igienizzante a portata di mano.
Evitare di mettere le mani in bocca, strofinarsi le mani in faccia…
Non avere contatti stretti come abbracci, strette di mano, pacche… ma salutarsi a distanza o con il tocco del gomito.
Tenere SEMPRE la mascherina, anche all’aperto. Le mascherine più usate sono:
la mascherina con valvola, quella chirurgica e la Ffp-2

Un ultimo consiglio: la mascherina con valvola non è idonea in quanto l’aria espirata viene espulsa dalla valvola e non è filtrata.
Luca Macario