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Il sogno di chi combatte si realizza al Karate Camuno Chintè

23 novembre 2020 - Tempo di lettura: 6 minuti

Categoria: Sport

Karate (si legge karate, non karatè) è uno sport di autocontrollo e autodifesa, che richiede la coordinazione dei movimenti e costanza negli esercizi. Persone come me saranno d’accordo sul fatto che si tratta di uno sport completo, cioè che favorisce la contrazione e decontrazione rapida di tutti i muscoli del corpo.

È da oramai quattro anni che lo pratico ed ora sono cintura verde, il mio obiettivo di quest’anno è conquistare la blu. Le principali cinture sono sette, le quali segnano il livello di bravura di ogni karateka (persone che fanno karate): bianca, gialla, arancio, verde, blu, marrone, nera.

Questo sport mi ha sempre appassionata sin da piccina. Ad ogni Olimpiade rimanevo affascinata dalle mosse, dalle schivate, dai movimenti snodati e dai fruscii del karategi (l’abito tradizionale del karate composto da giacca, cintura e pantaloni larghi). Sognavo di arrivare anche io a fare quelle cose straordinarie. Sognavo di combattere. Ogni volta che chiudevo gli occhi alla sera, dietro le palpebre che pesanti cadevano su di essi, vedevo i karateka “pattinare” sul tappetino con leggerezza, scoccare uno sguardo di sfida e sparare un calcio che arrivava a sfiorare l’orecchio dell’avversario.

A dieci anni ho potuto iniziare a realizzare il mio desiderio. Ho trovato accoglienza a Pisogne nella scuola Karate Camuno Chintè. Ho cominciato a muovere i primi passi verso il karate, vedendomi per la prima volta con gli occhi di una campionessa che vinceva nell’anima. Ecco che il leone che da tempo ruggiva dentro di me era riuscito a farsi vedere. Ero una leonessa. E ora, fin da prima del lockdown, partecipo alle gare come agonista.

Per ogni karateka arriva il giorno in cui deve decidere se vuole competere oppure no. Io ho deciso di sì e la mia specializzazione è nel kumite, ciò significa che nelle gare faccio solo combattimento, indossando protezioni o blu o rosse che mi proteggono stinchi, piedi, testa, denti, petto e mani. Il colore delle protezioni che devo indossare durante l’incontro lo decide l’arbitro. Esattamente come decide se farmi indossare la cintura blu o rossa.

Avrei potuto decidere anche di fare solo kata, ciò significa che nelle gare mi sarei presentata su un materassino e, con ritmi prestabiliti, avrei eseguito una serie di mosse in movimento che avrei imparato a memoria apposta per gareggiare contro atleti e aggiudicarmi la miglior precisione nell’ effettuare i movimenti. E poi avrei potuto scegliere di farli entrambi. Comunque sia, un atleta, anche se fa kumite, deve saper fare almeno un kata, poiché per il passaggio di cintura esiste un test che chiede di fare diversi esercizi per vedere le competenze di un karateka.

Durante la quarantena, per sette mesi, abbiamo dovuto fare enormi sacrifici. Inizialmente il maestro, Claudio Soldi, assegnava ad ognuno una serie di esercizi che inviava tramite WhatsApp. Poi ci siamo organizzati tramite l’app Zoom, lui ci diceva quali esercizi svolgere e noi con le telecamere accese li eseguivamo. Non sempre la connessione funzionava e molti faticavano a sentire. Quando il governo ha allentato un po’ la presa, abbiamo potuto riunirci sotto un capannone in un grande parco di Pisogne, mantenendo le distanze e rispettando le norme di sicurezza.

In questo momento abbiamo ripreso a fare lezioni a distanza.

Claudio, come ti è venuta l’idea di organizzare le lezioni di karate a distanza?

Le varie piattaforme come Zoom le usavamo già con la Federazione per fare delle riunioni. Quindi a seguito della chiusura dei centri sportivi, per l’emergenza COVID, ho subito pensato di provare a cercare di mantenere vivo l’allenamento a distanza, per far sì che gli atleti non si demoralizzassero e per tenerli in contatto tra loro.

Come stai trovando questa esperienza? Secondo te è efficace quanto stare in presenza?

Purtroppo non è così efficace come in presenza. Si riesce solo a mantenere in forma gli atleti e a mantenere coordinazione, elasticità, forza e rapidità. Per quanto riguarda il kata, bisogna allenarlo in presenza. Per il kumite si può fare qualcosa di più.

Quali vantaggi o svantaggi crea fare lezione a distanza?

Il vantaggio è che si riescono a mantenere i rapporti con gli atleti e a mantenere vivo il nostro sport. Per altre discipline sportive c’è la necessità di avere spazi grandi e un pallone. Karate, invece, si può fare anche in tre metri quadri e a distanza. Lo svantaggio è che non è facile stimolare i ragazzi come in presenza. Quando sentono la fatica si appoggiano, mentre sarebbe il momento di dare di più. Non è facile poi correggerli avendo sott’occhio tanti piccoli quadratini sullo schermo. Molte volte spengono le telecamere. Comunque sia, meglio di nulla, io faccio tutto il possibile per stimolare la loro attenzione e determinazione.

Quali esercizi hai dovuto trascurare, sia in presenza in palestra a causa delle distanze, sia a casa per una questione di spazi?

Questa è la nota dolente. Purtroppo il 50% degli esercizi, quelli a coppie, quelli sulla resistenza e moltissimi giochi ludici che il karate permette, non è possibile farli a distanza. Se non ci si allena in presenza non si riesce a capire quanto un atleta sta esprimendo. Online si riescono a fare solo tre tecniche alla volta.

È stato difficile organizzarsi ai tempi del COVID19? Perché?

Sì, è stato difficile organizzarsi. Ho dovuto riprogrammare molti esercizi e sacrificarne altri perché non era possibile allenare online. Sarebbe stato difficile anche per i ragazzi eseguirli correttamente. In palestra, il maestro vede gli errori e trova una soluzione subito. Il karate è fatto di piccoli mattoncini che messi uno sopra l’altro formano una piramide, sulla punta della quale si trova la tecnica pulita, priva di errori ed espressa con la massima potenza; per questo motivo è meglio correggere immediatamente uno sbaglio, cosa quasi impossibile a distanza. Quando ci eravamo organizzati in presenza la responsabilità era tantissima. Era difficile tenere i ragazzini distanziati e controllare che si igienizzassero le mani e si provassero la febbre. Io insegno da più di quarant’anni e ho istruito sia atleti agonisti, che hanno dato risultati ottimi nelle gare nazionali ed internazionali, sia quelli che ora sono maestri in tutta Valcamonica e che sono cresciuti nella mia società, i quali oggi mi rispettano e ringraziano. Cercheremo di tenere duro, sperando di mantenere vivo il karate, perché per me è come una missione e tutt’oggi lo pratico all’età di 65 anni, sto bene e mi tiene in forma e penso che finché avrò vita cercherò di insegnarlo e praticarlo, perché mi ha dato tanta salute e autostima. È sempre stata la mia passione vedere quei ragazzini che diventano grandi e potenziano le loro capacità anche per merito mio.

In questo momento molte gare giovanili, anche a livello mondiale, sono state annullate o rimandate. Tutti noi stiamo facendo uno sforzo in più sperando in un domani diverso da oggi. Ringraziamo tanto il nostro maestro per il bene che ci vuole e che ci ha sempre voluto, non dando mai per scontato il fatto che tutti siano dei maestri determinati a “lottare” contro questo virus come lui. Grazie Claudio, per averci insegnato a combattere.

Testo e foto di

Arianna Conoscitore

L’allenamento a casa
Esercizi in palestra