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Il mio viaggio a Auschwitz: per non dimenticare

28 gennaio 2022 - Tempo di lettura: 4 minuti

Categoria: Attualità e Cultura

Il 27 gennaio è la giornata internazionale della memoria, istituita per ricordare le vittime della Shoah, in particolare circa 6 milioni di ebrei uccisi dalla dittatura nazi-fascista, durante il secondo conflitto mondiale.

È stata riconosciuta da una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1° novembre 2005. Proprio il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. L’apertura dei cancelli della città polacca mostrò al mondo intero l’orrore del genocidio nazifascista.

L’Italia ha introdotto questa ricorrenza cinque anni prima della risoluzione Onu, con la legge 211 del 20 luglio 2000.  

Commemorare l’Olocausto, parola usata per definire il genocidio degli “indesiderabili” o “inferiori”, significa ricordare anche il sacrificio dei prigionieri di guerra e dei dissidenti politici, delle persone con disabilità, delle minoranze etniche e religiose, degli omosessuali, dei bambini.

Un nostro compagno di scuola, Manuel Zucchini della classe 3^C, ha voluto quest’anno interrompere per breve tempo la frequenza scolastica per recarsi, insieme ai suoi familiari, a visitare Auschwitz.

Manuel, che sensazioni ti ha suscitato questa esperienza?

Entrare in un campo di concentramento in cui ci sono state molte persone distrutte dalla fatica, dalla fame e uccise durante gli anni della guerra mi ha suscitato principalmente angoscia. È come entrare letteralmente nella storia e avere davanti tutte quelle persone che sono arrivate in questo luogo senza sapere che non ne sarebbero mai uscite. Oltre all’angoscia ho provato terrore, perché al termine della visita ti viene subito in mente una domanda: “Com’è possibile che degli uomini siano stati capaci di uccidere tante persone senza farsi problemi?” o anche “Come è stato possibile fare così tanto male?”

Cosa hai provato quando hai visto gli oggetti personali dei prigionieri?

Ho provato molto sdegno nel vedere gli oggetti personali dei prigionieri, oggetti che noi utilizziamo quotidianamente, lì ammassati dietro ad un vetro…

Ho provato rabbia, sono rimasto molto sconcertato perché all’interno di questi luoghi ci sono letteralmente dei mucchi di oggetti che ti fanno pensare a quante persone ci fossero al loro interno e a quante poche ne siano uscite vive. Questi sentimenti si mescolano insieme alla sofferenza che si prova per tutti quei bambini o quei ragazzi che hanno lasciato le loro valigie con all’interno le piccole cose a cui tenevano come in un viaggio normalissimo, ma che poi non hanno più potuto recuperare.

Per quale motivo hai scelto di visitare proprio questo campo?

Ho sempre desiderato visitare un campo dal vivo, perché guardare questi luoghi nei film, sulle foto o nei documentari non è mai la stessa cosa. Ho vissuto un’esperienza molto istruttiva, ma ho provato anche timore: infatti dopo aver visto tante volte le immagini su internet, ci si aspetta sia all’incirca la stessa cosa, invece non è per nulla così, cambia assai.

Rifaresti questa esperienza?

No, ma non perché non mi sia piaciuto, anzi. Secondo me queste esperienze vanno vissute soltanto una volta nella vita. Sono in grado di cambiarti e di lasciare un segno che non si può cancellare, senza che ci sia la necessità di replicare.

A chi la consigli?

A tutti, per prendere coscienza di ciò che è stato e che non deve più ripetersi. Visitando questo campo ho preso coscienza un po’ di più di quello che devono aver passato quelle povere persone che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ringraziamo Manuel per averci raccontato la sua esperienza e per averci mostrato tante fotografie degli interni ed esterni di Auschwitz; una parte del “viaggio” l’abbiamo fatta anche noi insieme a lui.

“Oggi e nel futuro, dobbiamo prevenire e combattere ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza” – ha sottolineato nel suo discorso tenuto ieri il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

E per realizzare ciò la conoscenza è il primo passo.


(Foto di Manuel Zucchini)

Giorgia Baiguini, Gaia Scarpellini e Alice Secci