Logo

Cerca articoli

Inizia a digitare per trovare articoli

Giorno di pioggia

11 febbraio 2021 - Tempo di lettura: 8 minuti

Categoria: Parole per...

Una mattina d’inverno, mentre la pioggia batteva sui vetri, rendendo l’atmosfera soffusa e piacevolmente rilassante, mi trovai a contemplare il fuoco, unico momento che mi distraeva dallo studio che proseguivo nella mia solitudine, avvolto dalle mura della magione in campagna di mio padre, politico, e di mia madre, donna mondana che apparentemente possedeva una futile casa editrice buona solo a mascherare l’inoperosità che tanto le era cara.

Mi sentivo così bene, osservavo il camino acceso, giravo di pochi centimetri la testa e potevo scorgere dalle ampie finestre un interminabile prato, le querce, la pioggia.

Era noto perfino al mio ego che fossi estremamente indolente, perciò mi inchinai a tale difetto, cercando di assumerne tutti i punti di vista, mi arresi di fronte a quella che sapevo fosse una vita agiata, senza doveri, rimanendo nella mia unica posizione felice, quale quella in cui mi trovavo ora, sgombrando la mia mente da qualunque tipo di preoccupazione.

I miei genitori per mantenere mascherato l’inesistente livello culturale della famiglia, mi avevano iscritto a molte università, ma come dicevo, non era un mio obiettivo né investire tempo a fare cose per cui non trovavo benché minimo interesse né compiacere nessuno, tantomeno i miei familiari che riponevano eccessive aspettative nei miei confronti, solo perché amavo leggere.

Quando non pioveva e quindi non potevo percepire nulla di rilassante sulla mia poltrona in salotto, leggevo.

Avevo tutto il tempo per farlo, per cui ne assaporavo ogni momento, ogni pagina, ogni parola.

Vista la quantità di libri già letti rispetto alla mia giovane età, venivo descritto come una sorta di letterato, o di intellettuale un po’ snob. Personalmente come mi vedevano gli altri non mi importava molto, prediligevo infatti la lettura furtiva, in camera da solo, oppure nelle lunghe settimane di assenza di mio padre e di mia madre.

Gli unici che raramente mi vedevano leggere erano i domestici, ma la cosa non mi preoccupava, i miei genitori odiavano rivolgere la parola a coloro che ritenevano “persone della bassa società”, quindi non c’era rischio che venissero a saperlo. Inoltre i domestici mi dipingevano come un viziato ragazzo privilegiato, che amava solo creare disturbi agli altri, creando una situazione di tensione che non portava a nulla.

 

Quella mattina, alcuni minuti dopo aver iniziato la mia solita contemplazione, il fuoco si spense, ma non volevo interrompere la mia quiete, quindi cercai di concentrarmi sulla pioggia.

Ma senza il fuoco non era la stessa cosa, mi arresi e decisi di leggere.

Non avevo voglia di recarmi al piano di sopra per prendere un libro, perciò setacciai con lo sguardo tutta la stanza, alla ricerca di una qualsiasi cosa che potesse assomigliare anche solo vagamente a un qualcosa da leggere. Trovai un libro di un autore di cui già avevo letto alcune opere, come “Il fu Mattia Pascal”, in realtà mio padre mi aveva parlato del manoscritto che avevo tra le mani, mi disse che era un’opera appena uscita. Riguardai la copertina. “Uno, nessuno e centomila”, di Luigi Pirandello.

Cominciai a leggerlo, anche se però con una certa angoscia, perché sapevo che i miei genitori sarebbero tornati a breve.

Quel libro era sublime. Lo guardavo come uno specchio, perché in ogni parola al suo interno mi apparteneva e in qualche modo mi completava.

Era ormai scesa la sera.

Mi addormentai dolcemente, privo di ogni inquietudine, con il libro tra le braccia, fu lì che sbagliai.

Infatti, quando i miei genitori tornarono dalla solita cena fra politici priva di interesse, che avevo prontamente evitato, mi videro adagiato sulla poltrona, dormiente, con l’opera in grembo.

Dopo essersi tolti le pellicce e i cappotti, mi svegliarono rumoreggiando in ogni modo possibile e io, appena alzato e ormai consapevole dall’errore fatto, dovetti subirmi un lungo discorso tenuto da mio padre che mi elogiava e mi dipingeva nuovamente come un ragazzo brillante, che assolutamente doveva frequentare un’altra università dedicata a menti superiori.

Non mi interessava andare in nessuna scuola che probabilmente mi avrebbe solo insegnato a vedere le cose materiali di un libro, avevo il timore che non avrei potuto più leggerne uno come prima, amavo la mia situazione attuale di percezione puramente di intrattenimento. Non volevo leggere qualche opera pensando costantemente: “Qui posso notare uno stile tipico del periodo” oppure “la trama della storia narrata ha come morale questo, questo e quest’altro”.

Come sempre annuii alle considerazioni fatte dai miei genitori, ma dentro di me sapevo che i progetti che avevano per me non si sarebbero mai avverati.

Stanco di quelle parole solo costituite da termini ricercati, ma senza significato, decisi di andarmene a dormire.

Il mattino seguente, mentre mi stavo dirigendo verso la mia cara poltrona, incappai in mio padre, adagiato sulla MIA seduta, che dialogava con un individuo di spalle.

Era seduto in modo molto elegante, quando mi notò assunse un’espressione stupita, si massaggiò il grigio pizzetto e si presentò: “Buongiorno, sono felice che lei si sia svegliato, probabilmente mi conosce solo per fama, ma preferisco comunque presentarmi in maniera ufficiale. Sono Luigi Pirandello, uno scrittore amico di tua madre, tuo padre mi ha detto che hai letto il mio ultimo libro, “Uno, Nessuno e Centomila” e mi hanno invitato qui perché desiderano che parli con te, so che sei un ragazzo molto intelligente e che ama la lettura”.

Ero stupito di come mia madre potesse avere una conoscenza del genere, vista la sua probabile ignoranza sull’esistenza dell’autore.

Non avevo nessuna intenzione di intraprendere una conversazione con uno scrittore di questo calibro, ma decisi, visto ormai che era già noto sicuramente a tutti la mia, se si può chiamare così, passione per la letteratura, che già che era presente un artista con cui potevo dialogare decentemente, potevo cogliere l’occasione.

Guardai fuori. Non pioveva. Non avevo nulla di meglio da fare.

 

Mio padre se ne andò, invitandomi a sedermi, così mi trascinai dinanzi allo scrittore.

Ebbi modo di osservarlo meglio, mi incuriosiva, lo ringraziai, rispose dicendo che non vedeva l’ora di iniziare una discussione sul suo libro, disse che amava quando coloro che leggevano l’estratto dei suoi pensieri commentavano qualcosa.

Così iniziarono a uscire dalle nostre bocche parole leggiadre, che così bene si inserivano nel contesto delle nostre menti, troppo spesso impoverite dalla banalità umana.

Anche se sapevo di trovarmi seduto a parlare con Pirandello, non percepivo la fortuna che avevo a poterlo fare, ma come pioggia, i suoi ragionamenti ricadevano su di me, rendendo il tutto estremamente gradevole.

La sua figura mi rassicurava, era la prima volta che mi rapportavo con uno scrittore, ma non mi preoccupava questa situazione nuova.

 

Il suo libro, “Uno, Nessuno e Centomila” era un romanzo nuovo in merito agli stili delle opere che avevo letto fino ad ora, il che mi affascinava, inoltre stravolgeva completamente l’immagine della realtà delle nostre vite, perché affermava un concetto che a stento avrei potuto pensare di arrivare a credere.

In alcuni passaggi facevo veramente fatica a comprendere quello che diceva, ma ad un certo punto, dopo aver notato il mio viso perplesso, Pirandello mi lesse una frase del suo romanzo, pronto a spiegarmi al meglio quello che voleva dire.

“Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto di essere per me, chi ero io?” lesse con voce rauca ma chiara, poi aggiunse: “come puoi notare da questa frase, che poi è la sintesi di tutto il libro, il nostro protagonista, Vitangelo Moscarda, nota un giorno di una strana malformazione al naso, che lui però non aveva mai notato, così comincia la crisi esistenziale che lo porterà ad una consapevolezza sempre più chiara, cioè quella che mutiamo in base ad ogni situazione o persona, non siamo mai noi stessi tranne quando siamo soli, quando dobbiamo affrontare l’io reale che ci accompagna da sempre, che però non abbiamo mai mostrato.

Ed è qui che la visione della persona si disgrega, diventando una dura verità da affrontare, come sempre, compiacendo ogni persona indossando una maschera, cambiando in base anche al giudizio degli altri”.

Capivo la situazione del protagonista, quante volte avevo notato come i miei genitori cambiassero atteggiamenti e modi per ogni persona diversa, perfino io, vittima del giudizio degli altri, mi sentivo perso, trovando conforto solo nelle cose materiali, che non potevano risultare diverse da quelle che realmente erano.

Quindi chiesi, per confermare quello ciò che pensavo, se perfino lui, l’ideatore di questo nuovo concetto, si sentisse prigioniero del suo stesso corpo. Ma non rispose. Aspettai che fosse lui il primo a riprendere parola, cosa che accadde quasi un’ora dopo.

In questo intervallo di tempo i miei genitori origliavano dalla porta; stupiti dal silenzio improvviso, pensando probabilmente ad un autore annoiato dalle parole di un ragazzo, decisero di uscire, così fui solo con Pirandello.

D’un tratto iniziò a parlare: “Anche io mio caro ragazzo mi sento costantemente schiacciato da questo mondo, ma ormai mi sono arreso, ho deciso di sottostare a tutto ciò, facendo sì che possa io vivere agli occhi degli altri, ma morire dentro di me. Lasciando che la mia anima vaghi nell’assurdo, perché ormai nulla più è reale”.

Lessi ad alta voce: “La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo”.

Mi alzai, attraversai la stanza, senza aggiungere altra parola chiusi la porta alle mie spalle. Mi vestii in anticamera e uscii fuori.

Mi sentivo uno. Nessuno. Centomila.

Nel frattempo aveva ricominciato a piovere.

Cesare Agostini

René Magritte, L’uomo con la bombetta, 1964.