Detriti spaziali: è stato raggiunto il limite?
6 settembre 2021 - Tempo di lettura: 4 minuti
Categoria: Attualità e Cultura
I detriti nello spazio rappresentano un pericolo! Facciamo un esempio: un detrito grande come uno smartphone, che si sposta a 52.560 km/h, ha la stessa forza d’impatto di un Tir che si schianta a 140 km/h. Nel caso in cui un frammento del genere andasse a colpire un altro razzo o satellite andrebbe a frantumarlo, creando così altre centinaia di rifiuti, e più rifiuti ci sono più diventa complicato schivarli. L’ultima volta è accaduto il 22 settembre dell’anno scorso, quando un conjuncion data message inviato dalla base aerea militare di Vandenberg in California è stato costretto a una manovra di emergenza per evitare di colpire un relitto vagante, spostandosi in un’orbita sicura. Si sono salvati per un pelo: il detrito è passato a soli 1.500 metri dal missile.
Era la ventottesima volta in 20 anni che la Stazione era costretta ad attuare una manovra di correzione per evitare un detrito spaziale: le ultime tre sono avvenute nel 2020 e la situazione continua a peggiorare.
Dal lancio del primo satellite 64 anni fa, l’orbita intorno alla Terra si è trasformata in una discarica: si stima che vi siano circa 129 milioni di frammenti più grandi di un millimetro e circa 28.600 frammenti maggiori di 10 centimetri, per una massa totale di 9400 tonnellate.
Anche se lo spazio è immenso ha pur sempre un limite. Nel 1978 uno scienziato della Nasa, Donald Kessler, aveva ipotizzato uno scenario catastrofico: con l’intensificarsi dei lanci spaziali si sarebbe creata una densità di oggetti così elevata da innescare collisioni a catena, con incremento esponenziale del rischio di ulteriori impatti. Si pensi che in soli 25 anni siamo passati da 150 a 1.500 satelliti lanciati ogni anno, concentrati negli stessi volumi di spazio. Ormai secondo gli scienziati abbiamo raggiunto un punto di non ritorno: anche se i lanci venissero fermati, i detriti continuerebbero ad aumentare.
Il motivo di questo “assalto allo spazio” è principalmente la necessità di portare Internet in ogni parte della Terra. Il segnale viene fornito da satelliti che riescono a fare il giro del mondo in un’ora e mezza, ma così un’area ristretta come l’Italia ne riceverebbe il segnale per otto minuti al massimo. Così per garantire un segnale costante occorrono costellazioni enormi. Il cielo è diventato più affollato anche per la diffusione di satelliti in miniatura, senza contare i test militari.
Ecco perché lo spazio è così inquinato. Si stima che oggi la probabilità di collisione catastrofica è una ogni 20 anni, ma scende a una ogni cinque in caso di scontro tra un satellite e un detrito almeno di 10 cm. Oggi le regole impongono che i satelliti siano rimossi quando arrivano alla fine del loro servizio. Quelli nelle orbite più elevate vanno spostati in “orbite cimitero”, più in alto, da dove non possono più cadere e quelli vicini in quote più basse, per farli disintegrare col contatto con l’atmosfera, oppure sono fatti precipitare nel Pacifico. Però solo il 50% dei satelliti in orbita bassa risponde a questi requisiti e meno del 20% dei satelliti a fine vita sono stati deorbitati.
Ecco perché lo scorso giugno il World Economic Forum ha fatto il primo passo per misurare la sostenibilità delle missioni spaziali.
Ma quindi come affrontare il problema? Dal 2025 entreranno in servizio i primi spazzini spaziali: un satellite dotato di quattro bracci robotici capaci di catturare rottame in volo, che poi distruggerà sé stessa e il carico lanciandosi a tutta velocità contro l’atmosfera terrestre. Ma catturare detriti in questo modo non è uno scherzo: basta una sola mossa sbagliata e si rischia di distruggere l’obiettivo, producendo altri detriti: l’esatto opposto dello scopo della missione.

Ma non è l’unica strada: si potrebbe, per esempio, inviare sonde per agganciare altri satelliti in modo da riportarli nella loro orbita di servizio, prolungando in questo modo la loro vita di alcuni anni. Mandare in orbita e gestire un satellite costa all’incirca cento milioni di euro (oltre ai lunghi tempi di pianificazione). Allungare la sua vita operativa significa perciò risparmiare tempo e denaro, senza affollare ulteriormente le orbite.
La via maestra resta sempre e comunque la prevenzione. Si dovranno definire regole di comportamento, come una specie di Codice della Strada e tutti i Paesi dovranno avere un comportamento responsabile. È un problema grande, che va affrontato su scala globale. Le nazioni devono capire che l’orbita terrestre è un ecosistema, così come gli oceani e le foreste: non è infinito e va salvaguardato e protetto, ponendo un limite al numero di lanci. Ci riusciremo?
Alice Secci
(Foto del web)