DAD: sono più i pregi o i difetti della didattica a distanza?
15 dicembre 2020 - Tempo di lettura: 4 minuti
Categoria: Attualità e CulturaSi è insinuato attraverso gli spiragli delle porte, ha strisciato per vicoli e viali, si è infiltrato nelle nostre vite ribaltandole: è proprio lui, quel mostro chiamato Covid-19.
Sono molte le cose che la pandemia ha modificato nella nostra quotidianità, una di queste è il metodo di lavoro, gran parte di ciò che prima si faceva in presenza viene fatto via mezzi tecnologici, così per evitare contagio ed espansione del virus. Per un operatore già formato può non essere un serio problema, ma per noi giovani? Per chi non ha ancora finito il percorso di studi?
“Il link è su classroom?” “No, i compiti non li trovo sul registro!” “Mi dispiace, tempo scaduto, non è più possibile inviare il lavoro”. “G Suite? Si mangia?” “Ecco, perfetto. Mi è saltato l’audio e ho perso la spiegazione!” “Non mi va la wi-fi, adesso come faccio?!”
Queste sono soltanto alcune delle frasi che si sentono pronunciare dagli studenti nell’ultimo periodo; tante sono le volte che abbiamo sentito nominare quel maledetto acronimo: DAD, didattica a distanza, tre semplici lettere riescono a mandare in panico migliaia di alunni ed insegnanti.
Fino ad ora, avevamo considerato la tecnologia una nostra alleata, ma senza starci veramente a contatto, mai per più di un paio d’ ore. I problemi sono numerosi; primi nell’elenco i guasti alle reti: microfoni che non si riescono ad accendere, audio che saltano improvvisamente, compiti che non arrivano a destinazione e link introvabili. Avvenimenti all’ordine del giorno.
Inoltre, è davvero difficile riuscire a mantenere la concentrazione a casa propria, infatti in molti considerano il significato di DAD un “DORMIRE A DISTANZA”, preferendo dedicare le loro ore scolastiche ad altre attività, con la scusa dei malfunzionamenti del computer.
Ma era davvero così necessario chiudere le scuole? Sarebbe bastato intensificare i trasporti e prendere i corretti provvedimenti durante l’estate, in modo da rielaborare un piano scuola che non necessitasse la chiusura, senza concentrarsi su cose futili, come i tanto chiacchierati “banchi a rotelle”.
Sì, tra i maggiori luoghi di contagio ci sono i mezzi pubblici scolastici. Qualsiasi studente potrebbe sostenere la seguente tesi: i ragazzi sono ammassati e non c’è distanziamento sui sedili, considerato il numero dei passeggeri, il dato di fatto è molto simile al pre-covid.
Le situazioni di rischio non sono tanto all’interno della struttura “scuola” quanto all’esterno; gli alunni aspettando l’ingresso nel loro istituto rimangono schiacciati l’uno contro l’altro, soprattutto nelle grandi scuole con poco spazio o, addirittura, nella strada adiacente all’entrata.
Le situazioni peggiori nella DAD riguardano coloro che devono sostenere gli esami e passare da un grado scolastico ad un altro, per gli studenti di terza media e per quelli di quinta liceo, i quali hanno bisogno di tutto il tempo possibile per apprendere correttamente gli argomenti e sostenere gli esami. È davvero difficile stare ore davanti ad uno schermo con il microfono chiuso, lontano dal confronto con la classe.
Nonostante tutto, molti studenti sostengono che la DAD sia la soluzione ottimale, considerando la scuola un luogo “pericoloso” e trovandosi più concentrati davanti ad un computer che nel caos giornaliero dell’aula.
Concordo sul fatto che qui si possano generare contagi, ma se si rispettano tutte le distanze e si resta al banco con la mascherina senza toccarsi o avvicinarsi troppo, il virus fatica davvero a diffondersi. Siamo noi a doverci impegnare e a fare qualche sacrificio, dopotutto ai nostri nonni era chiesto di andare in guerra!
Inoltre, non sono d’accordo sul fatto che si presti più attenzione da remoto; in classe ci si può confrontare, si può discutere di diversi argomenti con i coetanei, ampliando la propria mente e apprendendo idee e pensieri; cosa invece rara in videolezione, dato che in molti sono imbarazzati, assenti, oppure si nascondono dietro una fotocamera spenta.
Sì, l’ultimo fenomeno citato è molto diffuso, soprattutto alle scuole medie, dove vi è maggiore immaturità. A casa, con tutte le comodità si è perennemente in tentazione: farsi una dormita, giocare a videogiochi, chattare con i propri amici, è dura trattenersi. In caso si venga chiamati in un “momento di assenza”, mentre si è intenti a fare altro, ci si può sempre scusare con gli ormai noti “problemi di rete”. In molti, purtroppo, utilizzano questi trucchetti, salvo poi copiare nelle verifiche, visto che non hanno studiato nulla.
Mi auguro che la scuola possa riaprire presto, accogliendo gli studenti che, all’interno di quelle quattro mura, per tutti una seconda casa, hanno pianto, riso e vissuto momenti indimenticabili.
Che quelle voci fredde e distanti, sentite solo attraverso un dispositivo, possano tornare ad essere calde e reali. Quel luogo, così comune e conosciuto, non è soltanto un posto di studio, si impara a vivere, si capisce che la giustizia non è sempre scontata, che tocca a noi farci strada nel mondo con le nostre forze, imparando ad usufruire al meglio dell’aiuto degli adulti che ci circondano.
Perché, come affermava Maria Montessori: “Per aiutare bambini e ragazzi, dobbiamo fornire loro un ambiente che consenta di svilupparsi liberamente”.
Sara Calzolari
