Contro la pena di morte, fermiamo questa ingiustizia
29 ottobre 2022 - Tempo di lettura: 5 minuti
Categoria: Attualità e CulturaLa pena di morte è una punizione che viene applicata in diversi Stati per condannare particolari reati. In ogni Paese si incontra un diverso grado di tolleranza; la maggior parte di essi non la usa e viene infatti identificato come abolizionista. Altri Paesi sono mantenitori, abolizionisti di fatto per crimini ordinari, o impiegati nella soppressione di questa soluzione. Questi ultimi tipi di governi utilizzano la pena di morte con diversi criteri di valutazione del reato. Nel corso degli anni molti Stati hanno mutato il loro modo di reagire alla criminalità limitando l’uso di questa pena e noi siamo favorevoli a questo cambiamento.
Non siamo d’accordo anche perché dopo l’esecuzione non si riesce a tornare indietro in caso di eventuali scarcerazioni o annullamenti di pena. La storia è ricca di questi fatti vergognosi che confermano l’inaffidabilità di una scelta così definitiva. Il 4% dei condannati a morte, solo negli Stati Uniti, è stato dichiarato innocente solo dopo l’esecuzione. Utilizzando la pena di morte non si dà al colpevole la possibilità di pentirsi. Molti politici con un’idea differente da quella dominante sono stati, e sono tuttora, condannati a morte. Molte volte vengono anche giustiziati per la trasgressione di regole religiose. Ne abbiamo la prova con il caso di Yahaya Sharif, ragazzo di 22 anni che nella vita scelse di fare musica. Scrisse una canzone che venne trasmessa tramite WhatsApp e che venne considerata blasfema dal governo nigeriano. Venne dunque condannato a morte e successivamente impiccato.
Noi sosteniamo che, essendo un reato togliere la vita ad un altro essere vivente, non ha senso stroncare quella di un criminale che ha commesso lo stesso peccato. Non vale il detto “occhio per occhio, dente per dente”. La vita ha un valore inestimabile, sacro e unico, non è quindi lecito nel rispetto dell’altro e della religione porre fine ad essa. Lo Stato, come l’assassino o il peccatore, sta commettendo un atto irreversibile, moralmente e fisicamente. L’unica distinzione è che il giudice rimane effettivamente impunito, al contrario di qualsiasi altra persona che, commettendo lo stesso gesto, paga con la sua stessa vita. Punendo invece un individuo con il carcere e lavori socialmente utili, tenendolo quotidianamente sotto la visita di psicologi e di dottori, potrebbe avvenire un pentimento da parte del criminale. Ovviamente questo non sarà sufficiente per scagionarlo. Se un delinquente non darà segni di redenzione passerà comunque la sua vita in un carcere. È inoltre applicata la pena di morte anche a ragazzi o adulti affetti da disabilità mentali o intellettive. Alcuni Stati, che possono sempre essere considerati ‘sviluppati’, per ottenere confessioni spesso torturano gli imputati. In altri Paesi si continua ancora a condannare a morte assassini che commettono un omicidio involontariamente.
Essere pro alla pena di morte significa essere d’accordo con l’idea che lo Stato debba difendere i cittadini onesti e che rispettano la legge anche a costo di eliminare un malvivente che ha commesso atti i quali, come unica punizione, meritano la morte. Ritengono per di più che il carcere non sia una condanna adeguata, perché non compensa i reati commessi dall’imputato. La prigione non fa altro che aumentare il rancore da parte dei parenti ed amici della vittima i quali, una volta che l’assassino è uscito dal carcere, cercherebbero vendetta.
Secondo i sostenitori della pena di morte, in questo modo si riducono i tassi di criminalità o, peggio, di uccisioni. Un criminale che ha l’intenzione di assassinare qualcuno o di commettere altri crimini, essendo a conoscenza di questa legge potrebbe ricredersi e pensarci due volte prima di commettere un reato. Per di più i sostenitori della pena di morte trovano ingiusto il fatto che i carcerati vengono mantenuti grazie alle tasse che mensilmente essi devono pagare. Inoltre il giudice non condanna a morte senza criterio e ci pensa due volte prima di usare questa punizione. Per giunta, se l’imputato ha commesso un crimine che ha portato a conseguenze irreversibili (ad esempio un omicidio) e che hanno urtato moralmente più di una persona o se addirittura ha commesso un crimine che ha mandato in lutto un’intera famiglia, l’unica punizione adeguata è la morte.
Secondo noi come un genitore non può usare la violenza per forzare un figlio ribelle a certe scelte, così la società non può usarla nei confronti di chi sbaglia e commette reati. In questo modo lo Stato non dà il giusto insegnamento, siccome non dà la possibilità al criminale di pentirsi. La violenza non è mai la soluzione. È provato, tramite test o anche semplicemente guardando la situazione negli Stati Uniti, che la pena di morte non sia un ricatto sufficiente per evitare che vengano commessi reati quali l’omicidio. Anzi, in alcuni casi è stato provato che i Paesi che hanno rimosso la pena di morte, hanno assistito ad una drastica diminuzione dei reati.
Molto spesso purtroppo nel mondo della giustizia capitano episodi di corruzione da parte di personaggi esterni che portano alla morte di un innocente (per esempio i neri vengono pregiudicati e considerati malvagi di natura). Anche i criminali hanno una famiglia e con la loro uccisione si porterebbe solo ad altri lutti e dolore famigliare inutile.
Siamo ancora dell’idea che la pena di morte non vada attuata. Vivendo in Italia, Paese dove questa punizione non è applicata, ci riteniamo comunque soddisfatti, ma facendo ricerche abbiamo osservato anche i metodi di esecuzione: alcuni sistemi sono troppo brutali per essere nel XXI secolo. Possiamo benissimo riscontrare questo pensiero in Arabia Saudita dove si applica la decapitazione, in Cina con la fucilazione, negli Stati Uniti c’è la sedia elettrica, l’Egitto con l’impiccagione. Sentire nominare anche solo questi metodi ci vengono i brividi. Nessun essere umano si merita una tale punizione, neanche un assassino. Abbiamo quindi ipotizzato un rimedio per evitare che la pena di morte venga applicata tuttora: se per la fine della carcerazione l’individuo è ancora in salute mentale, o è particolarmente giovane e pronto al rilascio e a crearsi una nuova vita, lo si potrebbe tenere tracciato, per evitare che commetta altri crimini. Se il carcerato si dovesse liberare del chip, la giustizia risponderebbe con l’immediata carcerazione a vita.

Angelo Mazza, Francesco Solano, Vittoria Bettoni e Luca Fioresi
Ex alunni IC Lovere