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Cari genitori, vi scrivo da molto lontano…

17 giugno 2022 - Tempo di lettura: 8 minuti

Categoria: Attualità e Cultura

Durante le ore di Educazione civica del secondo quadrimestre ci siamo dedicati allo studio della situazione degli emigranti italiani che partivano dall’Italia verso gli Stati Uniti e il Canada, dalla seconda metà dell’Ottocento al Novecento.

Dopo aver finito il nostro percorso, ci siamo messi nei loro panni e abbiamo provato a scrivere delle lettere ai famigliari lontani, provando ad immaginare le emozioni, i sentimenti che li hanno accompagnati nel momento del distacco e durante i primi tempi della loro nuova vita. Ci è sembrato di vederli: ragazzi pieni di speranze, donne coraggiose con in braccio bambini impauriti, anziani sradicati dalle campagne assolate del sud. Sono state davvero tante le persone costrette a lasciare tutto: case costruite con fatica, amici e familiari, alla ricerca di migliori condizioni di vita.  

E questa Italia coraggiosa e spesso poco considerata vogliamo mostrarvi, attraverso le parole semplici di Filippo e Victoria.

Montréal, 9 aprile 1950

Cari genitori,

dopo mesi dalla mia partenza vi scrivo per rassicurarvi e darvi alcune notizie sulla nuova vita che ho da poco iniziato in Canada.

Vi prego, prima di tutto, di non essere arrabbiati per la mia improvvisa partenza, ma ho preso questa decisione per aiutare la famiglia data la situazione in Italia; qui all’estero infatti c’è molto più lavoro, e con un colpo di fortuna sono riuscito ad averne uno.

Ma visto che questa è la prima lettera che vi scrivo partirò dal principio, dal racconto di quel lungo viaggio, che mi ha portato in questa nuova terra insieme a molti altri giovani italiani in cerca, come il sottoscritto, di fortuna.

Il viaggio per arrivare qui è stato il primo grande ostacolo che ho dovuto affrontare, è stato molto lungo e abbiamo passato circa due mesi in condizioni difficili; abbiamo viaggiato su grandi navi con cui abbiamo solcato gli oceani fino a vedere della terra ferma, le coste del continente, dove si trova facilmente lavoro: l’America.

Quando siamo sbarcati a Ellis Island siamo subito stati sottoposti a dei controlli, che se superati, ci avrebbero permesso di entrare nei territori americani, guadagnando così la cittadinanza.

Dopo essere finalmente riuscito ad entrare in America, sono ripartito per arrivare in Canada, qui infatti avevo saputo che c’era più lavoro disponibile. E così, dopo un po’ di tempo, mi sono messo alla ricerca di casa, un luogo in cui vivere per gli anni che passerò qui. Dopo due o tre giorni ho trovato un’abitazione in un quartiere in periferia di una piccola cittadina, chiamata Montréal, qui non vivo da solo ma in compagnia di altri ragazzi, circa della mia età.

Questo quartiere è pieno di case, le tipiche case canadesi con la scala antincendio in bella vista sulla facciata. La cosa fondamentale che abbiamo dovuto fare per orientarci è stato memorizzare il nome del quartiere e il numero civico dell’edificio in cui abitavamo.

Dopo alcuni giorni di ricerca sono perfino riuscito a trovarmi un lavoro, nelle miniere, come tutti d’altronde; si vive in dei cunicoli bui con poca luce e ogni giorno si rischia molto, a volte anche la vita, ma rimane comunque un lavoro.

Ma il cercare un mestiere o una casa non sono gli unici ostacoli che ho affrontato, ce ne sono stati due che sono riuscito a superare con fatica: il rapporto con le persone e la lingua. Infatti la maggior parte del mio impegno si è rivolto a cercare di superare queste due enormi montagne, che tuttora fatico a scalare.

Entrare in uno nuovo stato è difficile, si cambiano abitudini e comportamento, ma il vero problema è quello di essere accettati dalla gente che lo abita. I canadesi e gli americani non hanno mai pensato cose buone degli italiani e degli immigrati in generale, il clima teso di questi anni non sta per niente aiutando, anzi sta peggiorando le cose. La testa delle persone è piena di pregiudizi.

Tutti pensano che siamo pigri e che pensiamo solo al cibo, al riposo e al mandolino, ma non si limitano a prenderci in giro, spesso incontri persone che ti urlano contro in pubblico. Anche solo il fatto di parlare una lingua diversa dall’italiano si sta dimostrando complicato, non è facile farsi capire, comunicare con le altre persone, ma spero che nel corso degli anni la situazione migliorerà.

Però, sapete, sono sempre più convinto di aver fatto bene a partire, grazie a questo lavoro riuscirò finalmente ad aiutarvi economicamente. Spero di potervi rivedere presto, mi mancate molto. Anche se è da poco che me ne sono andato, sento che il mio sogno, quello di riuscire a far capire quanto valgo e rendere fiero il mio paese, si sta avverando.

È dall’inizio di questa lettera che penso a tutte le domande che vorrei farvi, ma visto che sto per esaurire la carta, ma soprattutto il tempo di pausa disponibile, vorrei chiedervi solo le più importanti.

Come state voi a casa? È da quando vi ho lasciati che mi pento di avervi abbandonati da soli. Com’è la situazione economica in Italia? Vi servono soldi? Con questo lavoro guadagno abbastanza, vi posso mandare qualcosina insieme alla lettera successiva.

Vi saluto con un bacio e un grande abbraccio; aspetto con ansia la vostra risposta, a presto!

Il vostro amato

Filippo

Vieux port de Montréal Foto @proposmontreal

Vancouver, 24 marzo 1946

Cara mamma,

sono arrivata e sto bene. La neve cade ancora, fa freddo. La nave che mi hai scelto non era granché, dovevo cucinare da sola, e io che a malapena so come si accendono i fornelli! Per mia sventura le pentole erano di rame arrugginito, ho bevuto un brodo che sapeva di metallo! Mi ripugnava moltissimo! Poi faceva freddo, ma per fortuna tutte quelle coperte, maglioni e gonne di lana che mi hai dato sono servite. In realtà alcune le ho prestate ad una bambina di cinque anni, canadese, viaggiava sola perché suo padre è morto, allora si è comprata un biglietto con i risparmi per tornare nella sua patria. Ho deciso di prenderla sotto la mia ala protettrice perché ci capiamo, lei è così emotivamente forte, ma gracile, come un passerotto che ha spiccato il volo troppo presto.

Appena sbarcata ad Halifax, Renesmee mi ha detto che non dovevo parlare perché l’accento era da perfezionare, di conseguenza ha parlato lei dicendo che io ero muta. Ho scoperto anche che l’inglese non è poi così macchinoso (ma il mio è da migliorare) “Hello, I’m Victoria. Can I have one bread, please?” Non lo capirai ma è semplice, per me è facile e veloce, ci prendo gusto a trovare i vocaboli ricordando le figure che mi mostrava la mia insegnante di lingue straniere. Ora sto imparando nuovi termini perché Renesmee disegna come una pittrice professionista.

Dimenticavo: la cittadina si chiama Vancouver ed è bagnata dall’Oceano Pacifico.

Siamo arrivate la sera dopo il tramonto, la casetta è umile ma perfetta per due forestiere come me e la bambina. La mattina seguente mi sono alzata a prendere qualcosa dalla dispensa per fare colazione, ma era vuota! Ho chiamato Renesmee e siamo andate nel cuore di Vancouver, mi guardavano tutti incuriositi, non sono mancati dei piccoli bisbigli fastidiosi, ma nessun grave problema.

Con il commesso ci ho parlato io, mi ha servito come se fossi un mostro, spostava la visuale da me alla cassa, dalla cassa a me, non girava mai la testa. Ero molto irritata. Tornate a casa, Renesmee mi ha insegnato dei vocaboli e la loro pronuncia, dopodiché siamo andate nella sua scuola per fare l’iscrizione, il maestro mi ha preso per il braccio e mi ha buttato fuori dicendomi che non vuole persone cattive in giro. L’iscrizione la piccolina se l’è fatta da sola.

Vorrei diventare una scrittrice, di quelle che mettono in piedi un vero e bellissimo libro. Ma non ho speranze, soprattutto con questa gente irrispettosa nei dintorni. Ho deciso, quindi, di provare a fare la contadina, e aprire una piccola rosticceria, Da Victoria & Renesmee, rosticceria e fattoria. Bello. A proposito di agricoltura e allevamento, la piccoletta ha detto che il suo vecchio vicino stava per morire e che la notizia le era giunta 6 mesi prima tramite lettera, dallo stesso vicino, quando ancora suo papà era vivo. Le mucche ora pascolano solitarie nel prato accanto. Per fortuna non sono morte, si cibano di erba ormai da mesi.

La casa del defunto vicino ha la dispensa piena le pietanze, sono ancora buone e dunque le abbiamo prese. Purtroppo il poveretto non ha avuto una degna sepoltura, lo abbiamo fatto noi con le nostre forze. Ho scoperto che era generoso e che ha tenuto Reneesme per un po’ finché non è andata in Italia da suo padre. Era un buon uomo, disponibile e, secondo la mia figlioccia, mi avrebbe accolta con le braccia aperte.

Le mucche le abbiamo munte, il latte caldo mi scorreva sulle mani. Mi ricordava Salvo, lo ricordi il mio amico? Lui ama le mucche! Non vedo l’ora che anche lui venga qui.

Come stai tu? E invece papà? Avete comprato le capre che volevate per il vostro anniversario? Bettino, il mio adorato fratellino sta meglio? Azzurra la mia dolce sorellina?

Salutami Salvo, ti prego digli che mi manca molto e che voglio assolutamente che venga qui con me e Reneesme. Se vuoi lasciare l’Italia vieni anche tu, papà, con Bettino e Azzurra.

Vi voglio tanto bene.  

A presto!

Victoria

Old Vancouver – Foto dal web

Alma Barakat, Giorgia Baiguini e Victoria Monchieri