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La leggenda dei cinque Maledetti – capitolo II

10 gennaio 2023 - Tempo di lettura: 14 minuti

Categoria: Parole per...

Riepilogo

Un tempo il modo del reale e del surreale erano uniti dal nodo del filo del tempio di Ryu. Allora esistevano i Cacciatori di demoni, un corpo speciale di persone con poteri magici che si occupava di uccidere i demoni dei sogni, mostri che facevano impazzire le loro prede fino alla morte. Durante il Medioevo girava una leggenda secondo la quale chi avesse sciolto il nodo di Ryu si sarebbe guadagnato l’immortalità e il potere su tutto il mondo del surreale. Cinque Cacciatori, detti i Maledetti, sentendo questa leggenda speravano di sciogliere il nodo. Un giorno, trovarono la soluzione: tagliarono il filo in cinque parti, dividendo il mondo del surreale da quello del reale e pietrificando i cinque dragoni protettori dei due mondi. I Maledetti ottennero i loro premi, ma qualcosa dopo il taglio del filo andò storto: alcuni elementi del surreale rimasero intrappolati nel mondo del reale.

Centinaia di anni dopo, quando ormai i due mondi hanno perso memoria l’uno dell’altro, cinque ragazzini si imbattono in un fenomeno straordinario: giocando a fare i ninja evocano cinque pezzi di un filo sottile scintillante di blu…

Occhio di Ryu

Capitolo II

Neve nel deserto

Dopo quell’avvenimento sinistro i cinque si congedarono con la promessa di non parlare del fenomeno con nessuno, nemmeno con i genitori. Raccolsero solo i cinque pezzi di quello strano filo, isolandoli con cura in posti remoti delle loro case per evitare che si verificasse qualche altro evento soprannaturale. Si promisero di rincontrarsi il giorno seguente con i fili per andare alla bottega di antiquariato di zio Alfred, lo zio di Arianna e Massimo, ed esaminarli lì con cura sotto le lenti dei vecchi microscopi che Alfred amava collezionare.

***

Ripercorsa tutta la giornata nella mente per cercare di chiarirsi le idee, Arianna si lasciò cadere sul suo letto fluttuante e non osò nemmeno coprirsi col lenzuolo per il caldo soffocante di quell’estate che stava arrivando. Fatto questo, chiuse gli occhi e si addormentò in un sonno infestato da incubi.

La stanza era di un bianco angosciante. Lei era lì in quell’infinito bianco e non trovava la porta. Ripercorreva un perimetro inesistente di una stanza senza porte né confini. Ma lei doveva uscire. Sapeva di dover uscire. Sentiva che doveva farlo perché sapeva, in qualche modo, che la stavano inseguendo.

Arianna si svegliò di soprassalto. Notò di essersi coperta fino alle orecchie col lenzuolo. E, nonostante ciò, violenti tremiti la scuotevano per il freddo e aveva la faccia madida di sudore. Si alzò, come faceva consuetudinariamente quando si svegliava dagli incubi, per andare in bagno a sciacquarsi il volto con acqua calda. Ma quando il letto fluttuante si accostò al pavimento per permetterle di scendere, Arianna, voltando il capo verso la finestra coperta dalla tenda come faceva abitualmente, si accorse di qualcosa di insolito: dietro la tenda qualcosa rischiarava quel mattino ancora troppo buio per aver già salutato l’alba. Così la scostò debolmente stropicciandosi gli occhi ancora gonfi di sonno. E vide l’incredibile: a maggio, quando già l’estate sorrideva alla primavera, cadevano fiocchi di neve che ricoprivano pesantemente la collina dietro casa della ragazza come un piumone invernale. Dai rami degli alberi cadevano mattoni di neve e foglie.

Peter, Mary e il fiore della strega

Aprì la bocca sbalordita. Si stropicciò nuovamente gli occhi nella speranza che le avessero giocato un brutto scherzo. Ma la neve era ancora lì. Adesso Arianna, in preda a meraviglia e brutti presentimenti, voleva piangere o accasciarsi a terra svenuta. Ma non lo fece per ovvi motivi: si gelava e adesso aveva bisogno di una coperta calda. Ma prima di frugare nell’armadio alla ricerca delle coperte invernali, andò dal fratello. Il ragazzino era arrotolato nel lenzuolo e un rivolo di muco gli bagnava il labbro superiore.

“Massimo, sveglia!” sussurrò Arianna all’orecchio del fratello. Ma Massimo prese a russare voltandosi dal lato opposto. “Massimo!”. Questa volta lo scosse. “Ma che cavolo vuoi?! Lasciami dormire!!” disse irritato il ragazzino con gli occhi semischiusi fissando stizzito la sorella.

“Guarda la finestra”.

“Ah, che scatole!” sbottò gettando il lenzuolo sul fondo del letto e trascinando i piedi sul parquet. Poi scostò la tenda. E la vide anche lui “neve”. Il muco gli gocciolò sul davanzale della finestra. “Che schifo” sussurrò pulendolo con la maglietta del pigiama e tirando su col naso. “Oh, per carità, usa un fazzoletto!”. “Arianna… non rompere”. La ragazza fece roteare gli occhi nelle orbite.

“Dobbiamo avvertire gli altri”. “Sì ma… che ore sono?”. Arianna lanciò un’occhiata all’orologio sulla scrivania. “Appena le sei. Cavolo, pensi siano svegli?”. Massimo fece spallucce. “E va bene, io tento”. Sfiorò il suo orologio da polso che si accese immediatamente. Apparve sullo schermo la scritta: “Buongiorno Arianna, felice di rivederti”. La giovane impartì così un comando vocale al marchingegno: “Chiama Tomas”. In tutta risposta l’apparecchio disse: “Chiamo Tomas” e partì a squillare.

Bip… bip… bip… Finalmente Tomas diede cenni di vita. “Perché mi chiami a quest’ora?” squittì il ragazzo lamentandosi.

“Guarda fuori dalla finestra”. Tomas si alzò stiracchiandosi. “Ma che cav….?”. La frase rimase sospesa in aria e lui con la bocca spalancata. “Tomas…”, ma lui non rispose. Era semplicemente senza parole. “Tomas, ascolta. Sveglia Emily e Liam, fagli vedere cosa succede e alle otto in punto ci troviamo sotto al portico, io trovo una scusa per farci portare da mia mamma giù in paese da zio Alfred con l’aeromobile. Ricordati di portare i fili” e lanciò un’occhiata prima alla porta, per accertarsi che nessuno stesse origliando, poi in direzione di dove aveva nascosto il suo filo e quello del fratello. “Va bene. Allora ci vediamo” si congedò Tomas chiudendo la chiamata.

Finalmente Arianna poté andar a prendere le coperte invernali nell’armadio. Avvolti in un vecchio lenzuolo c’erano i fili. La luce di essi si intravedeva anche sotto il lenzuolo ben arrotolato.

Ad un tratto la porta si spalancò. La ragazza sobbalzò e il ragazzino rimase immobile al centro della stanza. Sulla soglia dell’entrata c’era la mamma. Oh, capperi! Devo chiudere l’armadio, chiudere… Ma la giovane rimase immobile: la mamma aveva già visto il lenzuolo arrotolato. Arianna ora sudava freddo. Senza farci caso, la donna la sorpassò e si avvicinò all’armadio borbottando: “Avete visto che freddo? Insomma, la neve in pieno maggio… assurdo! Quest’accidenti di cambiamento climatico…” e frugava nei cassetti per trovare delle coperte pesanti. E poi sfiorò il lenzuolo che era stato sin dall’inizio l’oggetto del suo principale interesse. “E questo cos’è, eh?” e lo afferrò con un movimento veloce. “Quante volte vi devo dire che le cose che non servono più vanno buttate?”. Di getto Arianna le rispose: “Ci serve”. La mamma la fissò incredula per un attimo. “E a che cosa vi servirebbe?”. I due fratelli si fissarono terrorizzati da quello che sarebbe successo dopo. Poi Arianna le rispose la prima cosa che le passava per la testa: “Serve a zio Alfred per appoggiarci sopra le nuove merci da mettere in vendita. Stamattina dobbiamo portarglielo. Siamo d’accordo di vederci per le otto e un quarto”. La madre non sembrò insospettirsi. Aggiunse solo: “E voi dirmelo prima che dovete andare da zio Alfred, no?”. Massimo replicò: “L’abbiamo saputo solo stamane per messaggio. Vengono anche Tomas, Emily e Liam”. La donna alzò un sopracciglio. “E che ci vengono a fare con voi da zio Alfred?”. Il ragazzino sospirò: “Sono curiosi di vedere i nuovi oggetti che zio Alfred deve vendere”. La discussione, per fortuna, finì lì. La mamma ripose il lenzuolo arrotolato nell’armadio e prese le coperte che le servivano. Ne porse due ai figli e poi sparì dietro all’uscio.

“Fiu, per un momento non ci scopriva”. “Già, saremmo stati fritti anche solo se le fosse passato per la testa di srotolare il lenzuolo. Non potevi trovare un nascondiglio migliore?”. “Abbiamo una casa talmente grande, guarda, che potevamo nasconderlo ovunque. Ma che razza di domande mi fai? Volevi nasconderli tra le pentole della cucina? Se avessi avuto un’idea migliore avresti potuto anche proporla” sbottò seccata Arianna. Detto questo, i due scesero la rampa di scale che li portava alla sala da pranzo. Lì fecero colazione con qualche biscotto al cioccolato e poi risalirono in camera per vestirsi.

Si vestirono a cipolla: pantaloni da neve, maglia della salute, maglia a maniche lunghe, felpa pesante, giubbotto impermeabile, sciarpa, cuffia di lana e guantoni da neve. Successivamente tornarono al piano inferiore col lenzuolo arrotolato e si infilarono gli scarponi invernali. Alle otto erano sotto al portico ad aspettare gli altri tre.

Questi arrivarono alle otto e cinque, anche loro ben coperti per proteggersi dal freddo. Arianna si avvicinò all’orecchio di Tomas e bisbigliò: “Hai portato i fili, vero?”. Tomas la guardò come per dire di no. “Sei sempre il solito, corri, va’ a prenderli!”.

Così il ragazzo percorse a corse tutta la salita per arrivare a casa scivolando parecchie volte su diversi gradini. Quando tornò, Arianna si massaggiava ancora il setto nasale sconfortata, pensando: non è possibile, è sempre il solito! Alle otto e dieci partirono da casa. Alle otto e un quarto precise erano davanti alla bottega dello zio.

Mary, Mary e il fiore della strega

La mamma li congedò e tutti e cinque apersero le portiere e scesero dall’aeromobile. Il vento era gelido e faceva accapponare la pelle e drizzar i capelli sulla nuca. Si trovavano infatti presso il porto del loro paesello natale, dove le correnti irrequiete del lago smuovevano l’aria. Vicino al porticciolo si trovava una piazzetta tappezzata da marmo grigio. Non molto lontano dal marciapiede su cui stavano i cinque bambini infreddoliti, c’era un giardinetto con alberi dai tronchi enormi e nel centro una fontanella da cui usciva un filo di ghiaccio immobile, che pendeva dal rubinetto e poggiava sulla vaschetta dove prima finiva l’acqua. Di fronte ai giovani, invece, c’era la strada già libera dalla neve e, subito più avanti, delle piccole vetrine con varie botteghe d’artigianato o di antiquariato che si facevano concorrenza per bellezza. Dietro le vetrine le luci riscaldavano l’atmosfera e ammorbidivano gli angoli appuntiti dei mobili.

Arianna fu la prima ad avere il coraggio di provare ad attraversare la strada. Si sistemò la sciarpa attorno al collo e raggiunse la porta in vetro della bottega di zio Alfred. Gli altri la seguirono. Appena aperta la porta si sentì il leggero tintinnio delle campanelle appese allo stipite superiore che annunciavano col loro suono squillante l’arrivo di nuovi clienti.

Il luogo era deserto. C’erano solo mobili stracolmi di cianfrusaglie. Zio Alfred sedeva dietro alla cassa con gli occhi immersi nel suo computer professionale. Non appena sentì il tintinnio, alzò il capo nella speranza di trovare nuovi clienti. Invece trovò i suoi nipoti e qualche amichetto. Sorrise col suo solito sorriso largo che gli colorava il viso stanco per il lavoro.

Zio Alfred era un uomo alto, un po’ paffutello, con due occhioni azzurri cerchiati dagli occhiali e capelli biondi che gli lasciavano scoperte le tempie. Indossava jeans blu, una camicia azzurrina col colletto sostenuto da un papillon nero e un giaccone color terriccio aperto all’altezza del petto che gli copriva le spalle. Si alzò e allargò le braccia in segno di accoglienza. Abbracciò i nipoti e gli amichetti.

“Che piacere. Siete venuti a far commissioni per la mamma?”. Arianna scosse il capo. “Possiamo appoggiare questi sul tavolino?” e indicò l’unico tavolino nudo che c’era nella stanzetta. Lo zio assentì. Tomas e Arianna appoggiarono lì i loro fagotti. “Glieli facciamo vedere?” bisbigliò Tomas all’orecchio di Arianna. Lei fece di sì col capo. Aprirono i fagotti all’unisono scoprendo i fili bluastri. “Ma che meraviglia… Cosa abbiamo qui?” domandò zio Alfred incuriosito, ma non toccò gli oggetti perché per esperienza ritenne che fosse meglio di no. “Non lo sappiamo, è questo il punto”.

Gli occhi di zio Alfred scintillarono come quelli di un bambino che riceve il suo giocattolo preferito a Natale. “Vi serve un microscopio, giusto?”. Annuirono tutti e cinque all’unisono. Frugando tra le sue cianfrusaglie, zio Alfred chiese rivolgendosi ai nipoti: “E mamma lo sa che giocate a fare i piccoli chimici?”. I cinque rimasero per un attimo in silenzio. “No. E ti prego di non dirglielo. È un nostro segreto” disse poi Arianna. “E va bene, tacerò. Ma se la situazione mi sfuggirà di mano sappiate che dovrò fiatare. Oh, eccolo…!”

I cinque non si espressero. Osservarono solo zio Alfred prendere il suo vecchio microscopio, le pinze per afferrare il materiale, le pipette per l’acqua, eventuali provette, lenti, Becker… e tanto altro impossibile da identificare. Appoggiò tutto sul tavolino. Il microscopio fece un tonfo assordante per la sua pesantezza e da sotto di esso si sollevò la polvere. Zio Alfred soffiò sulle lenti e sul piano di lavoro per cercare di levare un po’ di quella patina opaca. Successivamente afferrò un filo con la pinza e lo poggiò sul piano di lavoro. Gli puntò una delle lenti del microscopio addosso e accostò l’occhio destro all’estremità del tubo dove essa era infilata. Strabuzzò gli occhi e girò lentamente le manovelle per regolare la messa a fuoco. “Cosa vedi?” domandò Liam impaziente mettendosi sulla punta dei piedi come per voler accostare anche lui l’occhio alla lente.

Mary e Zebedee, Mary e il fiore della strega

“Ma è incredibile!” esclamò l’uomo accarezzandosi con la mano libera la barba corta. Dopo si fiondò al reparto di scaffali ricolmi di libri. “Che cosa avrà visto secondo voi?” chiese Emily. Arianna accostò l’occhio alla lente. “Io non vedo nulla di strano”. Lo zio tornò con in mano un antico volume e Arianna si ritrasse immediatamente dallo strumento di lavoro: sapeva benissimo che lo zio non voleva che le sue cose venissero toccate senza permesso. Per fortuna Alfred non ci fece caso.

Poggiò il vecchio libro sull’angolo di tavolo ancora vuoto e lo aperse ad una pagina x. Arianna riuscì a leggere il titolo prima che lo zio aprisse l’opera: “Cacciatori di demoni: La leggenda dei cinque Maledetti”. Che cosa avrà tirato fuori adesso? “Come pensavo… Sentite un po’: in tempi antichi il mondo del surreale e del reale erano uniti da un filo annodato in modo indissolubile. I due mondi erano protetti da cinque dragoni… Bla, bla… i Cacciatori di demoni si occupavano di distruggere i demoni dei sogni che facevano impazzire le loro prede… Bla, bla…” fece scorrere il dito fino al fondo della pagina “… eccolo qua… si narra che, durante il Medioevo, circolasse la leggenda che prometteva vita eterna e dominio sul mondo del surreale a chi avesse sciolto il nodo. Cinque Cacciatori, detti << i Maledetti >> trovarono il metodo di sciogliere il nodo indissolubile: con le loro armi troncarono il filo prima dell’arrivo dei cinque dragoni a cui era arrivata la voce del piano scellerato che i Maledetti volevano attuare. Una grande onda d’urto separò i due mondi, ma alcuni elementi del surreale, come alcuni demoni dei sogni, rimasero intrappolati nel mondo del reale. I cinque acquistarono vita eterna in cambio del sacrificio di quelle dei dragoni che rimasero pietrificati e che ancora oggi giacciono come statue presso il tempio di Ryu”.

I cinque rimasero immobili, agghiacciati. “E noi cosa avremmo a che fare con questa storia?” domandò Arianna con una risatina nervosa. “Probabilmente siete uno degli elementi magici presenti ancora nel nostro mondo e avete il compito di riportare all’ordine tutto ciò che è stato capovolto” affermò lo zio serio. “Avete già assistito a fenomeni straordinari?”. “L’altra sera i nostri occhi si sono illuminati di colori diversi e abbiamo scaricato dalle nostre braccia una forza oltre i parametri del normale” disse Arianna fissando un punto fermo nel tentativo di rimettere in ordine i pensieri.

Mary, Mary e il fiore della strega

“Ragazzi, è una cosa seria. Se tutto ciò è davvero successo e la leggenda dice la verità, i Maledetti non ci impiegheranno molto a trovarvi. Dobbiamo agire subito”.

Liam scoppiò in lacrime. Riuscì solo a dire: “Ho paura”. Strillava in preda al terrore. “Ascoltami… vedrai che andrà tutto bene…” replicò zio Alfred sfiorandogli un braccio. “Lasciami stare! Voglio la mamma…” e cominciò a singhiozzare più forte. Aveva gli occhi gonfi di lacrime e la faccia rossa dalla velocità con cui il sangue pulsava spinto da un cuore pieno di paura ed angoscia di un bambino di soli sette anni. Nell’agitazione Liam andò con la schiena a battere contro uno degli scaffali della bottega.

Dietro di lui si sentì un cigolio. Una porta si aprì dietro al bambino e lo risucchiò nel nero dell’ignoto.

Arianna Conoscitore

To be continued…